martedì, 12 maggio 2026

W la Privacy

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Esiste ancora un diritto alla privacy?

Esiste ancora un diritto alla privacy?
12/11/2025

In questi giorni assistiamo a un dibattito che va ben oltre la cronaca giudiziaria o politica. La vicenda che ha visto protagonisti il Garante per la protezione dei dati personali e la trasmissione Report solleva interrogativi più profondi sul significato stesso del diritto alla riservatezza nella società contemporanea.

Non si tratta tanto di stabilire chi abbia ragione in questa specifica controversia, quanto di comprendere se e come la privacy possa ancora trovare uno spazio effettivo di tutela in un contesto dove interessi diversi si intrecciano e confliggono.

Il caso nasce da una sanzione di centocinquantamila euro comminata alla Rai per la diffusione di un audio privato tra l'ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e sua moglie. Il Garante ha ritenuto che la pubblicazione violasse sia il principio di minimizzazione previsto dal GDPR sia le regole deontologiche del giornalismo, poiché l'audio non sarebbe stato indispensabile ma solo funzionale alla narrazione giornalistica. Report ha risposto sostenendo che quella conversazione aveva un evidente interesse pubblico, in quanto riguardava decisioni ministeriali potenzialmente influenzate da dinamiche familiari.

I fondamenti normativi

Entrambe le posizioni poggiano su fondamenti normativi solidi. Da un lato, la Costituzione tutela la segretezza delle comunicazioni e la dignità della persona. Dall'altro, garantisce la libertà di stampa e il diritto di cronaca, riconosciuti come pilastri della democrazia. La giurisprudenza ha elaborato nel tempo criteri per bilanciare questi interessi: la verità della notizia, la sua pertinenza con l'interesse pubblico, la continenza nella forma espositiva, e il principio di essenzialità dell'informazione. Ma chi deve decidere, nel caso concreto, quale diritto debba prevalere?

La questione si complica quando alle valutazioni giuridiche si sovrappongono sospetti di natura politica. L'inchiesta giornalistica ha sollevato interrogativi sulla composizione e sull'operato del Garante, mostrando presunti legami tra alcuni suoi componenti e forze politiche. Il presidente dell'Authority ha respinto con fermezza queste insinuazioni, rivendicando oltre ventotto anni di attività svolta nel rispetto della legge e con piena indipendenza. Si è così aperto un secondo fronte di discussione, che riguarda l'affidabilità stessa delle istituzioni di garanzia.

Le autorità amministrative indipendenti nascono proprio per sottrarre alcune funzioni sensibili alle logiche del potere politico. Il loro compito è tutelare diritti fondamentali con imparzialità, operando secondo criteri tecnici e giuridici. Tuttavia, la loro composizione prevede comunque una designazione parlamentare, che riflette inevitabilmente gli equilibri politici del momento. Questo meccanismo, pensato per garantire legittimazione democratica, può diventare fonte di ambiguità quando i designati mantengono legami con le forze che li hanno espressi. Il problema non è nuovo e non riguarda solo il Garante della privacy. Numerose autorità indipendenti italiane hanno visto nel tempo la nomina di figure con trascorsi politici o professionali in varie aree dello schieramento partitico. La questione è se questi legami compromettano o meno l'autonomia di giudizio. La risposta non può essere data in astratto, ma richiederebbe di esaminare caso per caso le decisioni adottate, verificando se siano coerenti con i principi giuridici di riferimento o se seguano altre logiche.

Un diritto "eroso" e sempre più fragile 

Nel mezzo di questo scontro istituzionale, il cittadino comune si trova disorientato. Da una parte c'è chi sostiene che la privacy sia ormai un diritto sempre più fragile, eroso dalle esigenze dell'informazione e dal potere delle grandi piattaforme digitali. Dall'altra c'è chi teme che un'interpretazione eccessivamente rigorosa delle norme sulla protezione dei dati possa limitare il diritto di cronaca, soprattutto quando riguarda fatti di rilevanza pubblica. Entrambe le preoccupazioni sono legittime.

Il diritto alla riservatezza non è mai stato un diritto assoluto. Deve costantemente confrontarsi con altri valori costituzionalmente protetti: la libertà di espressione, il diritto all'informazione, la trasparenza dell'azione pubblica. La stessa normativa europea sul trattamento dei dati personali prevede esplicitamente deroghe per l'attività giornalistica, riconoscendo che il giornalismo svolge un ruolo essenziale per la vita democratica. Ma queste deroghe non sono illimitate: devono essere esercitate nel rispetto di alcuni principi fondamentali, tra cui l'essenzialità dell'informazione rispetto ai fatti di interesse pubblico.

Chi stabilisce dove passa il confine?

La questione centrale diventa quindi: chi stabilisce dove passa il confine? Quando una notizia può dirsi davvero di interesse pubblico? Quando i dettagli intimi di una conversazione privata diventano rilevanti per comprendere decisioni che riguardano la collettività? E soprattutto: chi deve fare questa valutazione? Il giornalista nell'esercizio della sua libertà professionale? L'autorità di controllo nella sua funzione di garanzia? Il giudice chiamato eventualmente a dirimere il conflitto?

Il rischio, in questa dialettica senza soluzioni facili, è che si perdano di vista i principi comuni. Quando le istituzioni si accusano reciprocamente di parzialità o di censura, quando ogni decisione viene letta in chiave politica, diventa difficile per il pubblico riconoscere la buona fede degli attori in campo. Si genera così un clima di sfiducia che indebolisce la credibilità di tutti: del giornalismo d'inchiesta, delle autorità di garanzia, della stessa funzione regolatrice dello Stato. Esiste ancora, allora, un diritto alla privacy? La risposta è che esiste, ma vive in una condizione di equilibrio sempre più precario. Non perché manchi il riconoscimento normativo – anzi, le tutele formali non sono mai state così articolate – ma perché la loro applicazione concreta avviene in un contesto di crescente complessità. Le tecnologie digitali moltiplicano le occasioni di diffusione dei dati personali.

Un terreno di scontro

La cronaca si intreccia con dinamiche politiche che rendono ogni vicenda un terreno di scontro. Le istituzioni di garanzia, che dovrebbero fungere da arbitri imparziali, vengono esse stesse coinvolte nella polemica e messe in discussione. Per uscire da questa situazione non bastano le sanzioni né le inchieste. Serve recuperare una cultura condivisa del rispetto: rispetto per la dignità delle persone, anche quando rivestono ruoli pubblici; rispetto per il ruolo del giornalismo, anche quando le sue inchieste risultano scomode; rispetto per l'autonomia delle istituzioni di garanzia, anche quando le loro decisioni non ci convincono del tutto. E serve soprattutto che ciascun attore – il giornalista, l'autorità di controllo, il politico – riconosca i limiti del proprio ruolo, senza pretendere di essere l'unico depositario della verità o dell'interesse pubblico.

La privacy, come ogni diritto, non è mai conquistata una volta per tutte. Si difende giorno per giorno, attraverso scelte concrete che richiedono responsabilità, trasparenza e capacità di dialogo. La domanda che tutti dovremmo porci non è tanto se esiste ancora un diritto alla privacy, ma se siamo disposti a prendere sul serio questa sfida quotidiana, senza trasformare ogni vicenda in una battaglia ideologica dove prevale solo la logica dello scontro.

Articolo di Michele Iaselli, Coordinatore del Comitato Scientifico di Federprivacy


maggiori informazioni su:
www.federprivacy.org


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