La blockchain, nata per l’utilizzo sicuro e decentralizzato di Bitcoin e altre criptovalute, oggi ha applicazioni che vanno ben oltre la gestione di monete virtuali: è una tecnologia capace di trasformare il modo in cui scambiamo valore, informazioni e, soprattutto, fiducia in molteplici settori. Non serve più un intermediario – una banca, un notaio, un ente pubblico – a garantire che una transazione sia valida: è la rete stessa, attraverso regole condivise e immutabili, a certificare ciò che accade. Un’idea potente, che porta con sé entusiasmo e timori. Perché ogni innovazione non è mai neutrale: tocca le persone, le relazioni e i diritti.
Molti vedono nelle criptovalute un’occasione per rendere il sistema finanziario più accessibile e inclusivo. In molti Paesi in via di sviluppo, dove milioni di persone non hanno un conto in banca, basta uno smartphone per accedere a pagamenti e scambi globali. È un progresso reale: l’ultimo Crypto Adoption Index mostra che India, Nigeria e Vietnam guidano l’uso delle criptovalute. L’altra faccia della medaglia è il rischio che, senza adeguata alfabetizzazione digitale, l’accesso alle nuove forme di valute virtuali finisca per ampliare le disuguaglianze invece di ridurle. Chi non ha accesso a internet o competenze digitali resta escluso. La promessa di democratizzazione può trasformarsi in un privilegio per pochi.
Questo è il link per proseguire la lettura dell'articolo di Paola Guerra - Fondatrice e direttrice della Scuola Internazionale di Etica e Sicurezza, membro del Comitato Esecutivo di ASIS International Chapter Italy e membro del Comitato Scientifico di Clusit, una delle maggiori esperte italiane di Risk & Crisis Management e di Corporate Security & Safety.
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