di Paola Guerra - Fondatrice e direttrice della Scuola Internazionale di Etica e Sicurezza, membro del Comitato Esecutivo di ASIS International Chapter Italy e membro del Comitato Scientifico di Clusit. È una delle maggiori esperte italiane di Risk & Crisis Management e di Corporate Security & Safety
La blockchain, nata per l’utilizzo sicuro e decentralizzato di Bitcoin e altre criptovalute, oggi ha applicazioni che vanno ben oltre la gestione di monete virtuali: è una tecnologia capace di trasformare il modo in cui scambiamo valore, informazioni e, soprattutto, fiducia in molteplici settori. Non serve più un intermediario – una banca, un notaio, un ente pubblico – a garantire che una transazione sia valida: è la rete stessa, attraverso regole condivise e immutabili, a certificare ciò che accade. Un’idea potente, che porta con sé entusiasmo e timori. Perché ogni innovazione non è mai neutrale: tocca le persone, le relazioni e i diritti.
Molti vedono nelle criptovalute un’occasione per rendere il sistema finanziario più accessibile e inclusivo. In molti Paesi in via di sviluppo, dove milioni di persone non hanno un conto in banca, basta uno smartphone per accedere a pagamenti e scambi globali. È un progresso reale: l’ultimo Crypto Adoption Index mostra che India, Nigeria e Vietnam guidano l’uso delle criptovalute. L’altra faccia della medaglia è il rischio che, senza adeguata alfabetizzazione digitale, l’accesso alle nuove forme di valute virtuali finisca per ampliare le disuguaglianze invece di ridurle. Chi non ha accesso a internet o competenze digitali resta escluso. La promessa di democratizzazione può trasformarsi in un privilegio per pochi.
Trasparenza e diritto all’oblio
La blockchain piace perché “non dimentica”: conserva per sempre ogni traccia del passato. È la sua forza, ma anche la sua fragilità più grande, perché solleva domande etiche che toccano la memoria e il diritto all’oblio. In Europa, il GDPR riconosce a ogni cittadino il diritto a modificare o cancellare i propri dati personali. Come conciliare questo principio con una tecnologia che, per sua natura, non consente di eliminare nulla? Alcuni ricercatori propongono soluzioni ibride – dati off-chain, crittografia avanzata – ma la tensione rimane aperta: quanto siamo disposti a sacrificare la nostra privacy sull’altare della trasparenza?
Il conto ambientale ed ESG
C’è poi un tema ormai impossibile da ignorare: l’impatto ambientale. Il sistema di consenso Proof of Work – alla base di Bitcoin – richiede enormi quantità di energia, paragonabili a quelle consumate da interi Paesi. Nel 2023 il suo fabbisogno è stato stimato in 178 TWh. È giusto chiedersi se sia etico sostenere un sistema che contribuisce in modo così rilevante alle emissioni globali. Alcune blockchain hanno già intrapreso strade diverse, come il Proof of Stake, che riduce drasticamente il consumo. Questo porta la riflessione sul piano più ampio dei criteri ESG: la sostenibilità ambientale, la governance e l’impatto sociale diventano parametri essenziali per valutare la responsabilità dei progetti legati alla blockchain.
Security, mercati e zone d’ombra
Non va dimenticato che la blockchain porta vantaggi anche in campi apparentemente lontani, come la sicurezza fisica: può garantire la tracciabilità delle filiere e la certificazione delle immagini di videosorveglianza, rendendole utilizzabili persino in sede giudiziaria. Allo stesso tempo, resta un terreno esposto ad abusi. Il Crypto Crime Report 2025 stima in oltre 40 miliardi di dollari il valore delle transazioni illecite nel 2024. Ecco perché la normativa gioca un ruolo cruciale: il regolamento europeo MiCA, insieme alle nuove direttive antiriciclaggio, vuole proteggere i consumatori, dare regole agli operatori e stabilizzare i mercati. Anche la fiscalità rientra in questo disegno: tassazione e compliance diventano strumenti non solo giuridici, ma anche etici, per evitare nuove zone grigie e garantire equità.
Chi si prende la responsabilità?
La blockchain ridefinisce la fiducia, ma lascia aperta la domanda più delicata: chi risponde quando qualcosa va storto? Senza un’autorità centrale di riferimento può essere molto difficile dimostrare le responsabilità e tutelarsi. È un tema che diventa ancora più urgente pensando ai computer quantistici, che potrebbero un giorno scardinare gli algoritmi crittografici su cui la blockchain si regge. Ci fidiamo di un codice, ma chi garantisce la giustizia, la trasparenza, la compassione?
Un futuro più umano
Le potenzialità restano straordinarie. Dalla tracciabilità dei farmaci alle reti di energia rinnovabile, fino ai sistemi di voto elettronico, la blockchain può diventare un alleato del bene comune. Ma tutto dipende dalle scelte che facciamo oggi. La vera domanda etica non è tanto se e come useremo la blockchain, quanto da quali finalità guideranno le sue applicazioni. Una tecnologia può rendere le società più giuste o più diseguali, più sostenibili o più fragili.
La neutralità tecnologica è un’illusione: ogni architettura incorpora una visione del mondo e un sistema di valori. Per questo l’etica della blockchain non può limitarsi a norme e regolamenti: deve diventare un impegno collettivo e culturale. Serve conoscenza diffusa, consapevolezza dei rischi e capacità di orientare lo sviluppo verso il bene comune. Non si tratta di stabilire se la blockchain sia “buona” o “cattiva”, ma di indirizzarla verso ciò che rende le nostre comunità più inclusive, sicure e rispettose del pianeta. Solo così il futuro digitale sarà non soltanto più efficiente, ma anche – e soprattutto – più umano.
La cybersicurezza dei sistemi di videosorveglianza
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