Trent’anni dopo l’invenzione della prima webcam, cercheremo di fare il punto sull’argomento spinoso del riconoscimento facciale. Timing: scorreva fresca l’estate del 1991, era il mese di luglio, e presso l’Università di Cambridge due ricercatori utilizzarono una telecamera gestita da un software, da loro stessi sviluppato, in grado di trasmettere tre fotogrammi al minuto sulla rete lan interna dell’ateneo, con uno scopo ben preciso, quanto strategico: monitoravano la quantità di polvere di caffè contenuta nel distributore automatico!
Mai nessuno avrebbe immaginato dove tutta la faccenda sarebbe arrivata, partendo dalla necessità di non rimanere a secco di caffè; certo si trattò di una geniale intuizione ante litteram di internet camera cafè, seppur per ludici scopi. Intuizione tecnologica, seppur disimpegnata, che catapultò tutti involontariamente nell’era del capitalismo di sorveglianza 4.0.
Oggi, il generalizzato uso di sistemi integrati di analisi video nelle attività di face detection, supportati dall’artificial intelligence (AI) e dal machine learning (ML), oltre al massiccio utilizzo di software specializzati in biometria, potrebbe avere pesanti ripercussioni sulla nostra libertà, le nostri abitudini, seppur sorvegliate dai vincoli imposti dal GDPR, il Regolamento UE 2016/679 che regola e protegge l’uso dei nostri dati personali e della nostra identità digitale, dove stabilisce, all’art. 9 – par. 1, il divieto di “trattare dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica… nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute… l’immagine facciale o i dati dattiloscopici”.
Per proseguire la lettura dell'articolo di Giovanni Villarosa - Laureato in Scienze dell’Intelligence e della Sicurezza, esperto di Sicurezza Fisica per Infrastrutture, CSO e DPO, membro del comitato tecnico-scientifico del CESPIS, Centro Studi Prevenzione, Investigazione e Sicurezza - questo è il link
La cybersicurezza dei sistemi di videosorveglianza
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