giovedì, 17 ottobre 2019

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La protezione invisibile, sensori e sistemi

02/10/2019

della Redazione

I sistemi esterni interrati hanno sempre rappresentato la punta di diamante delle soluzioni per antintrusione, grazie alla loro completa invisibilità che non solo rispetta il paesaggio con un’invasività minima, ma gode anche di un buon livello di insuperabilità. Le protezioni volumetriche interrate, essendo invisibili, non possono essere infatti “ispezionate” dall’intruso in fase di sopralluogo. Per queste caratteristiche i sensori interrati rappresentano un anello di protezione efficace e tempestivo. 

Sistemi di protezione esterna interrati: che riscontro hanno oggi sul mercato? Per quali tipologie di utenze sono indicati?

Risponde Massimo Cimbelli, Business Development Manager di PIDS

Si tratta di protezioni invisibili e non invasive, la “quintessenza” di tutti i sistemi di protezione perimetrale in grado di realizzare una sensibilizzazione volumetrica. Le applicazioni in passato erano relegate alla nicchia della massima sicurezza: applicazioni militari ed industriali strategiche ed infrastrutture ad alta criticità (basi di comunicazione interforze, centri di trattamento malattie infettive ecc). Nel tempo abbiamo potuto constatare uno shift delle applicazioni verso il mondo residenziale, in particolare in Italia. Tutte le situazioni che presentano ampie aree esterne possono essere candidate per questo tipo di protezione, grazie alla possibilità di convivere con l’arredamento esterno, la piantumazione ed i piccoli animali.

Questi sistemi hanno goduto in passato di un buon livello di popolarità, che in alcuni casi si sono purtroppo tradotti  in dubbi sull’affidabilità e preoccupazioni per i costi di manutenzione. Si pensi infatti ad un sensore antintrusione sepolto per anni sotto terra: è impossibile visualizzare il suo comportamento o conoscerne lo stato lungo il terreno, essendo letteralmente immerso in un ambiente “vivo” che cresce (piante, radici), si modifica (aggiunta di aiuole, di camminamenti, strade) e può essere sottoposto a sollecitazioni imprevedibili (animali, talpe, traffico pesante di prossimità). Ecco perché la preparazione del terreno per accogliere questi sensori era molto complessa, e particolare attenzione veniva posta su radici, camminamenti autobloccanti, ecc.

Occhio agli adattamenti

Questa non è una sfida che possa essere raccolta pensando, come purtroppo spesso accade, di prendere un sensore progettato per altri scopi (ad es. un perimetrale da recinzione), interrarlo e iniziare a fare delle prove di laboratorio per adattarne il funzionamento “in qualche modo” al nuovo ambiente. Questo approccio troverà facilmente eccezioni che non sarà in grado di gestire, generando allarmi e/o guasti.

Bisogna partire dal punto di vista opposto: individuare il “modello” dell’ambiente da proteggere (la sua migliore approssimazione) e risolvere le problematiche di identificazione prima di partire con il progetto del sensore. Una volta identificato il modello, avremo a disposizione i parametri per agire sulle funzionalità caratteristiche della protezione.

Armonizzare il sensore all’ambiente

Sappiamo che generalmente il comportamento di un sistema è caratterizzato dalla propria “funzione di trasferimento”, intesa come relazione ingressi/uscite del sistema stesso. I sensori antintrusione più moderni permettono di regolare il loro funzionamento proprio in questo modo: il sistema sarà definito solo dopo che il sensore si troverà “immerso” nell’ambiente da proteggere. In questo modo sarà possibile individuare la reazione I/O in quello specifico ambiente, memorizzando così il comportamento ed ottenendo una sorta di “funzione di trasferimento” che armonizza il sensore al contesto ambientale, assicurando protezione e minimizzando i tassi di allarme (NAR) che tanto affliggono i comuni sensori da esterno.

Calibrazione

In questo modo, il processo detto di “calibrazione” permette al sensore di individuare e memorizzare le peculiarità del sito, individuando la qualità del segnale lungo il perimetro, agendo su attenuazione o guadagno metro per metro, al fine di costruire un “profilo di protezione” in ogni punto - che ci siano aiuole, piante, radici, vialetti o qualsiasi altra fonte di discontinuità o disomogeneità che tanto piacciono agli architetti paesaggisti.

Interrogare il sensore

Se poi il sensore è di tipo “attivo” allora troviamo un ulteriore vantaggio, che oggi è inderogabile: quello di poter interrogare il sensore e visualizzare cosa sta succedendo in ogni punto del terreno protetto. Questa informazione, che è necessaria per la calibrazione, permette letteralmente di “vedere” cosa succede sottoterra, ed agire direttamente sul perimetro in modo puntuale. Sempre grazie al processo di calibrazione, sarà possibile modificare il comportamento del sensore nei punti desiderati se questi sono stati sottoposti a modifiche importanti (es. eliminazione di un albero, installazione di irrigazione ecc.), in effetti la modifica del sistema richiede di re-individuare la relazione ingressi/uscite.

Velocità

Le moderne tecnologie permettono di gestire la risoluzione dei sensori individuando l’intruso con elevata precisione e riportando queste informazioni all’impianto antintrusione generando le zone, ma anche ad un sistema VMS per la gestione ed il puntamento delle telecamere nella zona interessata dall’attacco.

La velocità di individuazione dell’intruso ed il trasferimento delle informazioni è molto importante trattandosi di sistemi volumetrici da esterno che non presentano, in genere, impedimenti fisici e quindi debbono essere rapidi a puntare le telecamere per non perdere l’evento.



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