martedì, 14 agosto 2018

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TVCC: un futuro made in China con uno sguardo al passato

06/07/2017

di Fulvio Cartasegna, Direttore Commerciale Deatronic www.deatronic.com

A volte con un po’ di nostalgia penso ad i miei trascorsi 35 anni nel settore della videosorveglianza e non di rado mi soffermo a pensare a quanto tutto stia cambiando velocemente, e quanto di conseguenza cambino le consuetudini tecnico-commerciali del comparto.

La mia personale esperienza in Asia inizia con l’importazione dei prodotti per la videosorveglianza da paesi come Corea e Giappone, e successivamente anche da Taiwan. Oggi praticamente l’importazione tecnologica di sicurezza dai paesi asiatici è stata integralmente sostituita dal “made in China”. Questo immenso paese ha infatti (e in tutti i sensi) sconvolto, rivoluzionato e rimodellato con coraggio e lungimiranza l’industria della videosorveglianza (fino a soli cinque anni scrivere sul prodotto importato “made in China” era un rischio commerciale, non caso si utilizzava la dicitura “made in PRC”).

LA CINA VENT’ANNI FA

Io fui tra i primi a pensare all’importazione di prodotti TVCC cinesi: parliamo di circa 20 anni fa, quando nessuno pensava alla Cina a causa dell’estrema barriera culturale che divideva oriente ed occidente. Ma fu proprio in quel periodo che mi resi conto che l’industria del TVCC si stava trasferendo verso il colosso cinese, tuttavia al tempo trovai molto difficoltoso ricercare in territori sconfinati e mal collegati degli embrioni di settore, naturalmente suddivisi per tipologia di prodotto. Al nord, precisamente a Tianjin, scoprivo la patria delle PTZ con JCE, YAAN, TIANDY, mentre ad Hangzhou vedevo nascere il nuovo terreno fertile per la produzione dei DVR con DAHUA, HIKVISION e DALI. Il tutto mentre la costa centro orientale, precisamente Fuzhou e Xiamen, diventavano la terra delle ottiche per telecamere, che in termini di prezzo facevano già tremare i produttori giapponesi – fino ad allora indiscussi leader di quel mercato. Ancora più a sud nasceva quella che oggi è la città simbolo della videosorveglianza cinese: Shenzhen. Qui scoprivo i primi costruttori di telecamere ed accessori come TVT, RELONG, LSVT e tanti altri. Ultima tappa della mia esperienza territoriale fu la città di Zhuhai, specializzata in monitor.

UNA REALTÀ INCONTROVERTIBILE

Ebbene, ciò che ieri rappresentava una scommessa, oggi è una realtà incontrovertibile: per una serie di ragioni economico/politiche che tutti conosciamo, la Cina è l’inarrestabile motore dello sviluppo della tecnologia di videosorveglianza globale. Una volta gli ingegneri italiani “sudavano” per ottenere da queste neonate aziende i prodotti che servivano, mentre oggi si fatica a star dietro alla tecnologia cinese - e non solo. La mia presenza in Cina da 15 anni è sempre crescente fino ad arrivare a diventare bimestrale (da inizio 2017 a fine maggio ho già tre visti sul passaporto). Ma a che servono tutti questi viaggi? Io credo che in Italia non si possa neanche lontanamente immaginare cosa accade ogni mese in Cina se non si va in loco personalmente e frequentemente. Per portare un esempio che ben conosco: HUAWEI - che non tutti sanno essere entrata a far parte del mondo della videosorveglianza, dopo gli enormi successi ottenuti a livello mondiale nei settori carrier, mobile ed IT sviluppati nelle tre mega aree di Hanzhou, Shenzhen e Dongguan, nelle quali lavorano oltre 170.000 dipendenti. Sono aree composte da una serie di edifici collegati internamente da veri bus targati Huawei. Nella sede di Hangzhou c’è addirittura un’università: la HUAWEI University, dove peraltro ho conseguito la preparazione tecnica assieme al mio R&D. Nella sede di Shenzhen c’è un ristorante privato selezionato addirittura dalla guida Michelin, mentre nella sede di Dongguan ci sono le fabbriche con linee robotizzate per la costruzione di telecamere, PTZ e sistemi di archiviazione sviluppati per le Smartcity e Safecity… Sono volumi, dimensioni e linee produttive che in Italia non possiamo neanche immaginare.



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