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Security manager: tra ruolo strategico e ode allo spritz

Security manager: tra ruolo strategico e ode allo spritz
05/06/2026

di Ilaria Garaffoni

Al Security Management Cafè abbiamo commentato i risultati dell’indagine dedicata alle variegate professionalità che si possono accorpare nell’universo lessicale dei Security Manager. Al di là di definizioni, titoli nobiliari e leinosachisonoio (perché, gratta gratta, è il mansionario a dettagliare chi fa cosa, come e perché) si stagliano due grandi cluster: quello dei Security Manager aziendali e quello dei Security Manager/Expert di area Vigilanza Privata. Che fanno lavori diversi ma condividono più di un’esigenza. E, tra molti brindisi e qualche caffè amaro, hanno trovato nuovi punti di convergenza. 

Partiamo da una riflessione. L’indagine che abbiamo condotto mostra un doppio movimento: da un lato, una domanda crescente di riconoscimento, tutele e standardizzazione; dall’altro, la consapevolezza che un eccesso di regolazione potrebbe limitare flessibilità ed efficacia. In mezzo, il ruolo cruciale delle associazioni - chiamate a fare sintesi, costruire identità e rafforzare il peso politico del comparto. 

Il confronto emerso al Security Management Cafè restituisce infatti un settore ancora in cerca di riconoscimento, attraversato da esigenze comuni e differenze strutturali tra area corporate e vigilanza privata. La base però è condivisa:
entrambi i cluster chiedono riforme normative più moderne e unitarie e un riconoscimento istituzionale del ruolo. L’obiettivo è chiaro: far evolvere la sicurezza da funzione operativa a leva strategica per il sistema paese. Tuttavia, le priorità divergono. La vigilanza privata (non poteva essere diversamente) si concentra su tutele economiche e psicofisiche degli operatori, chiarezza dei poteri operativi e condizioni di lavoro; i security manager corporate, invece, spingono su standard professionali, identità manageriale e percorsi formativi strutturati.

La vigilanza alla politica

Partiamo dai security manager della vigilanza, che chiedono incentivi fiscali per i servizi di sicurezza, un’integrazione ancora più profonda con le forze dell’ordine e soprattutto una normativa aggiornata. Una richiesta che Vincenzo Acunzo (Presidente AISEM - Associazione Italiana Security Manager) accoglie invitando però ad una lettura equilibrata. “Più che una rivoluzione normativa, serve che l’impianto attuale recepisca le innovazioni già in atto, a partire dall’uso di AI e droni. La vera rivoluzione, se vogliamo, è stata l’introduzione di logiche di certificazione che responsabilizzano il privato, superando la contrapposizione Stato-controllore/azienda-controllata. Altrettanto rivoluzionaria è stata l’introduzione obbligatoria del security manager certificato nelle realtà più dimensionate - frutto della consapevolezza del ruolo di questa figura, della necessità che fosse certificato e presente nelle aziende che fanno sicurezza”. Resta poi centrale nella vigilanza privata il tema delle condizioni di lavoro: salari bassi, turni gravosi e scarsa attrattività del mestiere. Da qui la richiesta di maggiori tutele e welfare, ma anche di una rappresentanza più efficace, oggi indebolita dalla frammentazione associativa (si contano almeno 7 associazioni solo per le imprese di vigilanza privata).

I Security Manager corporate alla politica

Sul versante dei Security Manager corporate, le richieste alla politica puntano su riconoscimento legale della professione, standard formativi chiari, una definizione ufficiale di ruolo e responsabilità e una forma di cogenza anche per la security aziendale. Tutto bene, ma Alessandro Manfredini (Presidente AIPSA - Associazione Italiana Professionisti Security Aziendale) invita alla cautela: “il rischio è normare troppo un ambito che per sua natura deve restare risk driven e dunque in autodeterminazione. La sicurezza aziendale non è enforcement ma prevenzione, integrata nei modelli di gestione e orientata alla protezione del business. Rendere la security cogente (peraltro già attiva nei settori critici) potrebbe vincolare troppo rigidamente rispetto alle diverse esigenze delle organizzazioni. Il security manager corporate, è bene ricordarlo, è più vicino al mondo dei modelli di gestione e management rispetto a chi fa security aeroportuale – cogente – o sicurezza sussidiaria. Ed è vero che da un lato la cogenza opera da leva (penso alla cyber security) ma dall’altro può letteralmente piegare le aziende. Suggerisco quindi cautela”.

Convergenza sulle associazioni

Un punto di convergenza tra i due cluster riguarda il ruolo delle associazioni. Entrambe le figure professionali chiedono meno frammentazione, più coordinamento e una rappresentanza più coesa e dunque credibile ai tavoli istituzionali. Per il mondo della vigilanza, questo si traduce anche in tutela concreta di salari e condizioni di lavoro al tavolo dei rinnovi contrattuali; per i Security Manager di area corporate, si traduce in sviluppo di standard professionali e formazione, anche in materia strettamente manageriale e di comunicazione efficace.

Giovanni Di Sarro (membro del Consiglio Direttivo di AIPROS - Associazione Italiana Professionisti della Sicurezza) ha individuato proprio nella formazione un terreno naturale e fertile di possibile collaborazione tra associazioni: “bisogna lavorare in modo sinergico con iniziative trasversali in grado di coinvolgere l’intera filiera della sicurezza, dai Security Manager agli addetti sul campo (installatori, manutentori, guardie, operatori fiduciari). Solo in questo modo si potrà realizzare la “sicurezza a regola d’arte” e si riusciranno a superare le attuali logiche di compartimento, che certamente non rafforzano la rappresentatività e la credibilità del settore rispetto alle interlocuzioni politiche e istituzionali”

Andrea Zanchini (Membro del Consiglio Direttivo di ASIS International Italy Chapter) si è focalizzato sul fatto che l’assenza di standard e/o regolamenti sia spesso dovuta anche a una scarsa attenzione da parte degli stakeholder, pubblici e privati. “In molte aziende e in molti contesti,

la sicurezza privata viene chiamata in causa solo nel momento in cui qualcosa va storto, mentre dovrebbe essere coinvolta a priori per creare un ambiente sicuro in cui tutti gli stakeholder possano operare. L’analisi e la diffusione dei near miss sono, a mio parere, uno strumento utile per fornire agli stakeholder situazioni realistiche in cui nessuno si è fatto male, ma che consentono di quantificare e raccontare al meglio il valore aggiunto della security.”

Conclusioni (?!)

Premesso che nessuna conclusione potrà dirsi conclusiva, come osservatrice terza direi che il settore del security management in Italia è abbastanza maturo da chiedere regole e riconoscimento, ma anche abbastanza consapevole da sapere che il vero salto di qualità passerà dalla capacità di fare sistema, più che dall’ennesimo intervento normativo.

Se proprio vogliamo trovare una conclusione, possiamo dire che al Security Management Cafè hanno nettamente prevalso gli spritz ai caffè amari. E non solo perché in un modo o nell’alcol ce la si cava sempre (cit), ma perché – nonostante le criticità e contro ogni logica e aspettativa - chi fa questo mestiere lo ama. E allora: keep calm and drink spritz.

La versione integrale dell’articolo riporta tabelle, box o figure, per visualizzarle apri il pdf allegato.

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