di Ilaria Garaffoni
Torniamo sul Security Management Cafè che abbiamo organizzato alla Fiera SICUREZZA assieme a vigilanzaprivataonline.com. Un osservatorio neutro che ha fotografato - senza sconti - il rapporto tra domanda e offerta nel mercato della sicurezza. Da un lato i security manager, che hanno enucleato le criticità dell’attuale tecnologia in una survey; dall’altro alcuni rappresentanti del mondo dell’industria chiamati a rispondere alle sollecitazioni. Ne è uscito questo.
Alla domanda “le tecnologie per la security oggi sul mercato rispondono adeguatamente ai bisogni della sua organizzazione?”, l’industria è stata promossa con qualche riserva: diciamo che più che un NI è un SO, visto che tra chi è soddisfatto (47%) e chi lo è solo in parte (41%), c’è di mezzo un 11% che non lo è per nulla. Abbiamo condensato le principali criticità in 6 “please” presi in prestito da un indimenticato successo degli Smiths.
Integrare prima di innovare, please
La parola più citata nella survey è stata “integrazione”. I professionisti chiedono sistemi aperti, interoperabili, capaci di dialogare con piattaforme già installate e con altri processi aziendali. Non vogliono sostituzioni forzate ma architetture modulari, API chiare, standard condivisi. La percezione è quella di un mercato ancora troppo frammentato, fatto di silos tecnologici e soluzioni proprietarie. Maurizio Grasso, direttore commerciale di DAB Sistemi Integrati, ha riconosciuto la criticità: la sicurezza nasce storicamente come insieme di mondi chiusi, con protocolli non aperti e prodotti separati. “Non è un problema degli ultimi cinque anni – ha spiegato – ma di un paradigma che governa il settore da mezzo secolo”. Secondo Grasso, l’integrazione oggi non riguarda solo le tecnologie, ma i processi: cosa accade quando un sistema genera un alert? Chi interviene? Con quali procedure?
La vera sfida è integrare control room, centrali operative e periferia, garantendo comunicazione efficace e decisioni rapide. L’AI può supportare questa orchestrazione, ma la base resta una progettazione sistemica.
Ascoltare prima di progettare, please
Secondo asse tematico della survey: progettare dopo averci ascoltato, grazie. I security manager denunciano una distanza tra chi produce tecnologia e chi la utilizza: spesso le soluzioni vengono pensate aprioristicamente, senza una reale comprensione dei vincoli normativi, operativi o economici del cliente. I security manager chiedono interlocutori unici, competenti sia sul piano tecnologico sia su quello operativo e normativo, e soluzioni costruite sui bisogni reali.
Grasso ha individuato una delle cause nella pressione sui prezzi: la compressione dei margini ha favorito l’ingresso di operatori poco specializzati. Ma progettare sicurezza – ha sottolineato – richiede competenze verticali: fare sicurezza in un porto non è come farla in un grande evento. Investire in competenza riduce forse la concorrenza di prezzo, ma crea valore nel lungo periodo. Anche Sabino Fort, direttore commerciale di Istituto di Vigilanza Coopservice, ha confermato la necessità di partire dal risk assessment condiviso con il cliente. Solo dopo aver chiarito rischi e obiettivi si può progettare una soluzione efficace, integrando tecnologia e presidio umano. “Diversamente – ha osservato – si finisce per adattare la tecnologia esistente con soluzioni traduttive, meno efficaci”.
Progettare pensando al valore operativo, please
Un tema trasversale riguarda la fruibilità: servono deployment più rapidi, maggiore stabilità, interfacce intuitive, più test sul campo. La tecnologia è infatti spesso percepita come lenta da adattare o complessa da mantenere, soprattutto in contesti 24/7 come trasporti, logistica, infrastrutture critiche. Ma la tecnologia non deve aggiungere complessità in contesti già critici. Grasso ha richiamato l’esempio delle grandi infrastrutture e degli eventi complessi (come le Olimpiadi invernali), dove più centrali operative devono dialogare tra loro e con il territorio. In emergenza, coordinare informazioni e responsabilità è cruciale: rapidità ed efficacia devono coesistere. L’integrazione, ancora una volta, è la condizione abilitante.
AI: niente black box, please
La survey mostra un atteggiamento disincantato e maturo verso l’AI. No ai facili entusiasmi: servono strumenti di supporto reale (analisi predittiva, automazione dei controlli, assistenza alle decisioni). Centrale il tema della trasparenza: l’AI è spesso percepita come una “black box”, e il timore è che decisioni opache ricadano sulla responsabilità del security manager.
Giuseppe Zilioli, AD di LogicaPro (gruppo Security Trust), ha affrontato il nodo con pragmatismo: “L’intelligenza artificiale è, per sua natura, una black box. Ma possiamo specializzarla e comprenderne meglio il funzionamento”. Nel campo della videoanalisi, ha spiegato, l’AI ha già dimostrato di ridurre drasticamente i falsi allarmi grazie a tecniche di object detection e classification.
Framework esistenti possono essere addestrati sui dati specifici del sito del cliente, riducendo l’opacità e aumentando l’affidabilità. Il dialogo iniziale diventa quindi fondamentale: più l’algoritmo è “allenato” sul contesto reale, più il risultato è coerente con le esigenze operative.
L’uomo assieme alla tecnologia, please
Un altro elemento emerso è la richiesta di convergenza tra sicurezza fisica e tecnologica. Senza mezzi termini Sabino Fort: se non evolvono, gli istituti di vigilanza sono destinati all’estinzione. La crisi vocazionale e il cambiamento della domanda impongono quindi un nuovo paradigma: integrare il servizio umano con tecnologie avanzate. Secondo Fort,
il presidio fisico non scomparirà, ma richiederà profili più formati e capaci di utilizzare strumenti digitali complessi. Le centrali operative devono conoscere a fondo le tecnologie che gestiscono, chiudendo il cerchio tra progettazione, implementazione e gestione.
Meno hype e più valore, please
Infine, la survey contiene una critica al guerrilla marketing: slogan altisonanti conditi da buzzword e narrazioni autoreferenziali che creano aspettative irrealistiche nell’utenza finale meno informata. I professionisti chiedono maggiore trasparenza e un linguaggio accessibile che li aiuti ad illustrare ed argomentare il valore aggiunto della sicurezza anche davanti al board aziendale.
Chiaro il messaggio? L’innovazione tecnologica deve essere più utile, più interoperabile e umana. Non servono rivoluzioni annunciate ma evoluzioni collaborative: tecnologie più integrate, più trasparenti, più accessibili e progettate insieme a chi le deve usare ogni giorno per proteggere persone, asset e business continuity.
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