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Una, nessuna, centomila smartcity

Una, nessuna, centomila smartcity
15/01/2025

di Alessandro Bove - Ingegnere, Ricercatore di tecnica e pianificazione urbanistica presso l’Università di Padova e Presidente della Fondazione ingegneri della Provincia di Padova

Concluso il tour in tre tappe “Costruire la Smart City: necessità e approcci per l’innovazione nelle infrastrutture della città futura” - organizzata da Ethos Media Group, in collaborazione con Fondazione Ingegneri Padova nell’ambito di DIGITALmeet 2024, è ora di fare un bilancio su dove si è arrivati e su cosa ancora manca.

Città e smartness sono un binomio ancora tutto da comprendere, almeno in Italia. Così, se l’avvento della smart city non ha comportato la sostituzione dello spazio fisico con quello virtuale, ma ha proposto una ricalibrazione del primo e una sua armonizzazione con il secondo, lavorare con strumenti nuovi su processi vecchi si è dimostrato essere uno scoglio difficoltoso da superare. 

Perché è così complesso? 

Innanzitutto perché ancora non è chiaro cosa significhi veramente costruire la smart city e questo non per mancanza di tecnologie, ma, in molti casi, per l’incapacità di sapere cosa veramente si possa fare con le tecnologie oggi disponibili. Perciò, se tramite la diffusione dell’ICT abbiamo pensato che luoghi e distanze fossero destinati a perdere gran parte dei loro significati sociali ed economici grazie all’affermazione delle reti globali, oggi questo processo sembra essersi fermato in favore di una sorta di servitizzazione della città, dove la progettazione ed erogazione dei servizi urbani ha sacrificato il senso profondo e le opportunità di governance basata sulla conoscenza che sarebbero proprie della smart city. La smartness è quindi diventata un contenitore di azioni sempre più disparate, indirizzate a città immaginate come tutte uguali, tanto che gli obiettivi generali e vengono perseguiti attraverso approcci e percorsi tutti uguali e ripetitivi, i quali cancellano la specificità dei luoghi.

Perché si standardizzano le smart city? 

1. La prima è legata al digital divide. Nel caso italiano, rifacendoci all’indice DESI (Digital Economy and Society Index, otteniamo la fotografia di una nazione che si situa ben al di sotto della media europea e, allo stesso tempo, mostra delle elevate differenziazioni geografiche all’interno del proprio territorio.

2. La seconda è legata al ruolo dello stato e dei privati. Se la smart city secondo l’approccio degli Stati Uniti è una città le cui infrastrutture tecnologiche ed il loro uso sono fortemente legate all’iniziativa privata (tanto che l’accusa mossa sempre più spesso a quel modello di sviluppo è quella della commercializzazione della città, con la cessione dietro compenso dei molti dati disponibili), dall’altro l’Italia ha puntato tutto sul ruolo dello Stato nella digitalizzazione del paese, perdendo capacità di attuazione a causa di un corpus normativo e di regole molto rigido e cauto, attuando una sorta di contrasto serrato nei confronti dell’iniziativa privata.

3. La terza è legata all’incapacità di creare una visione di congiunzione tra i problemi locali e gli approcci generali, tra processi e finanza. Così, coniugare gli obiettivi di sostenibilità e resilienza con le caratteristiche dei luoghi e con la valorizzazione della loro autonomia, significa saper individuare strumenti operativi e strategici, come la predisposizione di piattaforme digitali comuni e una regolamentazione dell’innovazione tecnologica volta a bilanciare le spinte innovative e la protezione dei cittadini dal consolidamento di poteri privati, coniugandoli con i problemi di tipo finanziario che in una nazione tanto indebitata fanno spesso percepire la smart city non tanto come una opportunità, quanto come un investimento difficilmente ripagabile. Così, se non fosse stato per il PNRR che ha dato un certo impulso a questa direttrice, saremmo ancora qui a discutere delle difficoltà di applicazione di questa o quella tecnologia in ottemperanza a quella o quell’altra norma.

Una speranza però c’è e si chiama Unione Europea. Infatti, attraverso un corpus di regole finalizzate a garantire servizi più efficienti e personalizzati, capaci di rispettare i diritti dei cittadini, ad includerli nel processo decisionale, e limitando derive orwelliane legate alla commercializzazione dei dati, alla modellistica urbana data driven o basate sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale, sta spingendo verso una crescente competitività digitale che dobbiamo cercare di perseguire anche noi.

La versione integrale dell’articolo riporta tabelle, box o figure, per visualizzarle apri il pdf allegato.

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