di Domenico Di Vita - Vicecomandante della Polizia locale di Battipaglia
Dopo aver affrontato nel numero scorso (pag. 68 e seguenti) le questioni normative e lessicali meno lineari, il Vicecomandante Di Vita procede con la disamina delle concrete possibilità di partecipazione dei privati alla tutela della sicurezza urbana, la cui sede privilegiata è individuata nei patti per la sicurezza urbana.
La vigente disciplina in materia di protezione dei dati personali, come noto, limita la possibilità per i privati di effettuare trattamenti che eccedano i limiti spaziali e temporali imposti dalla normativa. Se da un lato per i privati è sempre più facile (sia in termini economici, che di tecnologia esistente) installare dispositivi di videosorveglianza performanti anche in ambito domestico, dall’altro è evidente che le riprese non possano in nessun modo interferire con le libertà di terzi, costituzionalmente tutelate. Com’è evidente, ciò riduce la possibilità di impiego di sistemi di video-sorveglianza agli spazi di proprietà e con esclusione delle aree soggette ad un transito comune, laddove non espressamente previsto.
Condominio e luoghi di lavoro
Stringenti sono anche le previsioni normative per l’installazione di sistemi di videosorveglianza in ambito condominiale. Nei condomini infatti, l’installazione di sistemi di telecontrollo sulle parti comuni è disciplinata dall’art, 1122-ter del c.c., che prevede deliberazioni dell’assemblea con maggioranze aggravate.
Nei luoghi di lavoro, invece, è l’art, 4 della l. 20 maggio 1970, n. 300, recante “Statuto dei lavoratori” (63 L. 20 maggio 1970, n. 300, Statuto dei Lavoratori, art. 4 Aggiornato al 26/05/2022 in GU n.131 del 27-05-1970); a prevedere che l’installazione di strumenti di videosorveglianza - benché finalizzata ad esigenze produttive, di tutela del patrimonio aziendale e della sicurezza dei luoghi di lavoro - debba avvenire previo accordo sindacale o, laddove ciò non avvenga, a seguito di autorizzazione del competente Ispettorato del Lavoro.
Una risorsa limitata
Tali limiti, uniti all’impossibilità di conservare i filmati per periodi sufficienti ad eventuali pretese investigative, riducono sensibilmente la funzionalità – in termini di tutela della sicurezza - dei dispositivi impiegati dal privato. La necessità di tutela del patrimonio quindi deve contemperarsi con le esigenze di garanzia della privacy. D’altro canto, è evidente che la presenza sul territorio di dispositivi di videosorveglianza, ancorché privati, rappresenti una risorsa per la sicurezza urbana, sia sotto il profilo della prevenzione che del contrasto all’illegalità. In questo contesto è necessario che privato e pubblico si incontrino, formando un partenariato capace di assecondare tutti gli interessi in gioco, individuando le giuste modalità di esecuzione del progetto.
L’esperienza di alcuni Comuni
La partecipazione dei privati al potenziamento degli impianti di videosorveglianza è una pratica già sperimentata da alcuni lungimiranti Comuni che hanno fornito questa opportunità ai propri cittadini ed al proprio territorio: il singolo, l’associazione o l’operatore economico interessato, acquistano tecnologie e telecamere necessari ad implementare i sistemi comunali e li mettono completamente a disposizione dell’ente, che ne avrà la gestione sia sotto il profilo della privacy che dell’impiego operativo, escludendo l’accesso diretto alle immagini da parte del privato. In questo senso sono diverse le opportunità, ma tutte richiedono che il privato sia esautorato da ogni prerogativa in ordine alla gestione di dati che eccederebbero le proprie attribuzioni.
Accesso ai dati
È quindi opportuno che il soggetto pubblico - il Comune e per esso la Polizia Locale- assuma gli oneri in materia di protezione dei dati personali rilevati dai sistemi di videosorveglianza privati di interesse per la sicurezza urbana: in altri termini, l’accesso ai filmati sarebbe esclusivamente appannaggio della Polizia Locale, mentre il privato godrebbe degli effetti indiretti di prevenzione e tutela del patrimonio.
Regolamento comunale
È quindi innanzitutto necessario che l’ente locale disciplini la possibilità di collaborazione con soggetti privati già nel regolamento comunale in materia di videosorveglianza, definendo le modalità di accesso al partenariato e le prerogative di ciascuno. Successivamente, il rapporto tra l’ente pubblico ed il soggetto privato, dovrà essere regolato attraverso un’apposita convenzione, tale da specificare - oltre ai termini generali previsti dal regolamento - gli oneri dei partecipanti, sia sotto il profilo economico che funzionale.
Agevolazioni fiscali
La l. 18 aprile 2017, n. 48, che ha convertito con modificazioni il d.l. 20 febbraio 2017, n. 14, recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, ha introdotto la possibilità per i Comuni di prevedere agevolazioni fiscali (chiaramente per quanto riguarda i tributi locali), per centri commerciali, attività produttive e nuove aree residenziali, che, coinvolti in progetti di partenariato in materia di videosorveglianza, mettano a disposizione degli enti locali impianti evoluti di telecontrollo: tali collaborazioni devono quindi rientrare in più ampi progetti di sicurezza urbana integrata, supportati da patti per la sicurezza sottoscritti dal sindaco e dal prefetto interessati, necessari a definire la strategia dell’intervento.
La cybersicurezza dei sistemi di videosorveglianza
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