giovedì, 20 giugno 2024

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Questione di energia

22/03/2022

Intervista a Alessandro Manfredini

Il comparto energetico sta vivendo un momento delicato. Gli sconvolgimenti dovuti agli effetti della pandemia, uniti alla necessità di perseguire gli obiettivi di azzeramento delle emissioni, hanno generato una forte richiesta di materie prime non fossili, che hanno prodotto un repentino e innalzamento del prezzo del gas. Gli attuali venti di guerra soffiano poi sul fuoco. Ne abbiamo parlato con Alessandro Manfredini, Direttore Group Security & Cyber Defence del Gruppo A2A.

Il caro energia comincia a mordere: si profila un futuro a tinte fosche? 

Le crisi energetiche degli anni ’70 hanno portato risultati nefasti ma anche conseguenze positive, come aver maturato la coscienza e la competenza di saper progettare vetture dai consumi significativamente più bassi. Anche nell’attuale situazione vedo una luce: la presa di coscienza di un orientamento collettivo verso la transizione ecologica, che porterà a diversificare la produzione di energia elettrica passando dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Pensiamo solo all’acqua: se avessimo la capacità di produrre energia elettrica soltanto attraverso le nostre centrali idroelettriche, il suo costo sarebbe molto inferiore. Tuttavia è evidente che la capacità industriale di produrre energia con l’acqua è ormai satura, poiché tutte le grandi opere costruite nella prima metà del secolo scorso erano state pensate per un quantitativo di energia sufficiente a soddisfare l’industria del tempo. La domanda energetica odierna non può essere soddisfatta, anche perché non ci sono più dighe in costruzione in Italia, pertanto dobbiamo continuare a sfruttare lo stesso numero di bacini idrici artificiali che sono rimasti. Investire nel fotovoltaico e nell’eolico ci consentirà, anche per la conformazione del nostro Paese, di subire in misura minore l’impatto delle oscillazioni e la globalizzazione del costo delle materie prime come petrolio e gas, che provengono da paesi molto lontani. 

Le bollette sembrano ostrogoto: ci spiega come funziona il mercato dell’energia in Italia?

Nel nostro paese abbiamo un capacity market che mette a disposizione tutti i produttori attraverso un’asta, bandita quotidianamente. Questo significa che esiste la possibilità di produrre energia da parte di qualsiasi player a un determinato costo. Va da sé che, nel momento in cui i produttori devono approvvigionarsi di gas per produrre in relazione ai fabbisogni indicati dal Transmission System Operator Terna (responsabile della pianificazione degli interventi di sviluppo della Rete Elettrica Nazionale), il prezzo iniziale dell’energia è molto alto perché allineato col costo dell’approvvigionamento della materia prima, il gas. Successivamente, nel corso delle varie battiture d’asta, quando si passa alle altre fonti rinnovabili, il prezzo medio si abbassa, essendoci altre possibilità di erogazione energia elettrica prodotta in modo complementare al gas. Però, poiché il gas ha un costo significativamente alto, si riesce soltanto in minima parte a far diminuire la curva del costo di acquisto della materia prima. 

E il nucleare, che sta tornando di moda anche sul piatto politico?

Al di là del fatto che la sovranità popolare si è già espressa molto tempo fa, il nostro Paese – a differenza della Francia, ad esempio – ha un vantaggio competitivo perché può contare più di altri su sole, vento e acqua per la produzione di energia elettrica. Ad oggi, quindi, concentrerei gli investimenti sullo sviluppo delle rinnovabili più che sul nucleare.

Cosa possono fare le imprese per mitigare il caro energia?  

Per ottenere risultati concreti nei confronti di una transizione energetica vera, non basta l’impegno unilaterale dei produttori o degli utilizzatori: servono una visione condivisa e diversi accorgimenti da combinare assieme in una sequenza ragionata. I produttori di energia dovranno investire creando nuove infrastrutture che possano produrre da fonti rinnovabili, ma allo stesso tempo le aziende utilizzatrici dovranno intraprendere un programma di efficientamento energetico. La tecnologia di ultima generazione rende infatti “smart” il consumo dell’energia, limitandone gli sprechi. Attraverso il rilevamento e la sensoristica di ultima generazione combinate con l’IoT, è possibile lo sviluppo di smart grid, che sanno ottimizzare la fornitura energetica bilanciando i consumi fra alta e bassa domanda. Un esempio di illuminazione “smart” in una strada urbana: lo standard attuale sarebbe quello di un’illuminazione ad intensità fissa, la cui durata è basata fondamentalmente sull’orario o sulla presenza o meno di luce naturale. Applicando il concetto di consumo “smart”, potremmo avere la stessa strada che garantisce illuminazione a più bassa intensità durante le ore di buio, ma che, in caso di rilevamento di una presenza fisica, è in grado di aumentare l’intensità luminosa soltanto nel tratto dove è necessario. Immaginiamo quali risultati potremmo raggiungere estendendo il concetto di “soltanto dove serve” a tutte le strade, le aree comuni, le strutture e anche tutte le abitazioni e i mezzi di trasporto. La diffusione del “consumare meno e meglio” verso tutte le commodity andrebbe a favorire ulteriormente l’impatto positivo del passaggio alle energie rinnovabili. La filosofia del “soltanto dove serve” deve entrare anche all’interno della nuova cultura del consumo, più consapevole e rivolta a tutti, non solo al mondo industriale. L’energia non è un bene infinito ma, modificando le nostre abitudini, possiamo generare un impatto positivo forte - anche per le nostre tasche. In conclusione: per mitigare le conseguenze del costo energetico serve un mix di fonti rinnovabili, efficientamento energetico, nuove tecnologie e cultura responsabile dei consumi.

Il comparto informatico è sempre più energivoro: il caro energia potrebbe rallentare anche il processo di digitalizzazione dell’industria? 

Il costo energetico avrà un forte impatto anche nell’ambito della gestione dei dati. Fra l’altro, la digitalizzazione dell’industria richiede l’aumento del consumo di energia per tutte le nuove tecnologie come la trasmissione dati, le telecomunicazioni, la blockchain, le valute digitali ecc. A monte di tutta questa nuova tecnologia lavorano i data center, che per far fronte alla crescente domanda di gestione dati diventano sempre più energivori. Anche in questo ambito, l’efficientamento rappresenta uno dei provvedimenti primari da mettere in atto, anche se emerge un altro aspetto molto importante che sarebbe l’autoproduzione e la cogenerazione. I Data Center potrebbero essere molto più sostenibili autoproducendo energia attraverso le fonti rinnovabili ma anche sfruttando le energie dissipate. Se è vero che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma, esiste sempre un quantitativo di energia che deriva dalla trasformazione di quella utilizzata e che quasi sempre viene dispersa. Si tratta quindi di sfruttare a fondo anche le energie derivate: un esempio di cogenerazione è stato realizzato a Brescia, dove il calore generato da un’acciaieria è stato sfruttato per realizzare un sistema di teleriscaldamento che risponde al fabbisogno di 3000 appartamenti. Vari sono i benefici, partendo da quello ambientale poiché annualmente vi è un risparmio di oltre 2000 ton di combustibili fossili e oltre 5000 ton di emissioni di CO2. Per quanto riguarda i benefici economici, la “materia prima” per generare energia termica deriva dall’utilizzo di quella primaria per la siderurgia, e che avrebbe un “costo” incredibilmente inferiore rispetto ai combustibili tradizionali che servirebbero per produrla. Questo approccio può essere adottato anche dai Data Center, i quali attraverso il calore generato dai server, che solitamente richiedono ulteriore energia per il raffreddamento, sarebbero nelle condizioni di produrre energia fruibile ad altri servizi.



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