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Cassazione: sì alle telecamere negli spazi comuni

03/12/2012

di Valentina Frediani, Avvocato esperto in diritto informatico e privacy www.consulentelegaleinformatico.it

Novità: per la Cassazione non viola la privacy il proprietario di un immobile che installa un impianto di videosorveglianza all’ingresso del fabbricato perché l’area, pur insistendo in una privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei senza particolari accorgimenti. La sentenza, che poggia su una lacuna della legge, autorizza insomma il proprietario unico di un immobile, ancorché concesso in locazione o in comodato, a video controllare le parti comuni per fini esclusivamente personali e senza l’obbligo di accordo con i terzi che ne usufruiscono. Ebbene, se da una parte questa sentenza gioca a favore dell’installazione delle telecamere, dall’altra il rischio è che rimanga una pronuncia isolata. È bene pertanto, sia per il cliente finale che per l’installatore a cui sia richiesto di progettare l’impianto e determinare i punti di allocazione, verificare preventivamente tutti gli aspetti in merito alla questione giuridica, perché la violazione - se segnalata all’Autorità Garante – potrebbe generare sanzioni e denunce.

E’ di nuovo allarme privacy. 

Questa volta a far discutere è la sentenza n. 14346, recentemente pronunciata dalla Corte di Cassazione, nella quale, a fronte di un vuoto normativo in materia, viene stabilito che non può essere considerata violazione della privacy la decisione del proprietario di un immobile – che non risulti condominio – di installare un impianto di videosorveglianza in corrispondenza dell’ingresso del fabbricato. A scatenare il dibattito è stato il ricorso presentato dal proprietario di un palazzo di Messina, a cui il verdetto del Tribunale aveva ingiunto di rimuovere l’impianto collocato sia sul cancello che sul portone di ingresso dell’edificio, in seguito ad alcune intimidazioni e minacce ricevute un paio di anni prima. Era stata la stessa ex nuora dell’uomo, assegnataria di un immobile all’interno dello stabile di proprietà del suocero, a denunciare la violazione della propria privacy, chiedendo la rimozione delle telecamere stesse. Nonostante i verdetti fossero stati a lui sfavorevoli, l’uomo non si è arreso ed ha presentato ricorso innanzi alla Suprema Corte, la quale non solo ha espresso la parola decisiva sulla questione, ma ha letteralmente ribaltato il primo verdetto.

Secondo i giudici, infatti, “se l’azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti (nella specie si tratta dello spazio, esterno del fabbricato, intercorrente fra il cancello e il portone d’ingresso), il titolare del domicilio non può accampare una pretesa alla riservatezza”. La sentenza degli ermellini chiarisce, inoltre, che quanto detto vale anche se l’edificio in questione non è un condominio dotato di “aree comuni”, che non possono per ovvie ragioni essere considerate “luoghi di privata dimora o domicilio”. Le lacune di legge, dunque, escluderebbero “il proprietario unico di un immobile, ancorché concesso in locazione o in comodato”, dall’obbligo di rispetto delle norme relative alla riservatezza, autorizzandolo così a videocontrollare le cosiddette parti comuni “per fini esclusivamente personali”, senza l’obbligo di accordo con i terzi che ne usufruiscono.

Quando i vuoti normativi minacciano la privacy

L’assenza di una “puntuale regolamentazione” in materia di privacy relativa a casi del genere è un problema comune anche ai condomini: tale mancanza era già stata segnalata nel 2008 dal Garante sia al Parlamento che al Governo. In particolare in quell’occasione era stato posto l’accento “sulle condizioni di liceità per il trattamento di dati personali all’interno dei condomini: non sono stati identificati né i soggetti la cui manifestazione di volontà è necessaria nel contesto condominiale per svolgere tali trattamenti (i proprietari e i titolari di diritti reali parziari o anche soggetti diversi, primi fra tutti i conduttori), né le eventuali maggioranze da rispettare”. Il ragionamento della Corte ovviamente incontra delle lacune. Difatti, se è pur vero che taluni luoghi non possono essere considerati di privata dimora, è altrettanto vero che un conto è essere oggetto di visione da persone in prossimità dei luoghi, un conto è costituire oggetto di ripresa di una telecamera, con eventuale registrazione che consenta in modo continuativo di essere soggetto a controllo.

Se da una parte la sentenza gioca a favore dell’installazione delle telecamere, dall’altra occorre non trascurare che, trattandosi solo di una sentenza, il rischio è che rimanga isolata. È bene pertanto, sia per il fruitore finale che per l’installatore a cui sia richiesto di progettare l’impianto e determinare i punti di allocazione, verificare preventivamente tutti gli aspetti in merito alla questione giuridica, perché la violazione - se segnalata all’Autorità Garante - può generare sia sanzioni che denunce alle Autorità Competenti. Come già accennato, la carenza normativa sull’argomento, se da una parte lascia ampi margini di ragionamento sulle specifiche ipotesi di allocazione, dall’altra può generare il rischio di ritrovarsi con sentenze che dispongano esattamente il contrario!


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