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Telecamere sui lavoratori? Basta il consenso

02/10/2012

di Valentina Frediani, Avvocato esperto in diritto informativo e privacy www.consulentelegaleinformatico.it

Telecamere puntate sui dipendenti? Se c’è il consenso dei diretti interessati, non è necessaria l’autorizzazione della RSU perché “non può essere negata validità ad un consenso chiaro ed espresso proveniente dalla totalità dei lavoratori e non soltanto da una loro rappresentanza”. E’ quanto stabilito dalla sentenza n. 22611 pronunciata dalla Corte di Cassazione lo scorso 11 Giugno, che annulla la precedente condanna del Tribunale di Pisa nei confronti di un’imprenditrice per violazione dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, che vieta il controllo a distanza sui lavoratori. La sentenza mostra un’inversione di tendenza in tema di videosorveglianza sui luoghi di lavoro che potrebbe dare l’abbrivio ad un nuovo, rilevante business per il comparto.

A dare inizio alla spinosa questione sarebbe stata l’installazione – all’interno dell’azienda – di un sistema di videosorveglianza costituito da quattro telecamere, due delle quali rivolte direttamente sulla postazione di lavoro di alcuni dipendenti. Nonostante non fosse stato sottoscritto alcun accordo con le rappresentanze sindacali, la ripresa ad opera delle telecamere è stata comunque giudicata lecita, dal momento che era stata firmata una preventiva liberatoria da tutti i dipendenti, in cui si autorizzavano le riprese sul posto di lavoro. Era inoltre stata installata un’adeguata cartellonistica in cui era segnalata la presenza delle telecamere. Così facendo, secondo quanto riportato sulla sentenza, l’ipotesi di reato è venuta meno dal momento che “non può essere ignorato il dato obiettivo – ed indiscusso – che, nel caso che occupa era stato acquisito l’assenso di tutti i dipendenti attraverso la sottoscrizione da parte loro di un documento esplicito”. Alle rimostranze di coloro che sottolineavano la mancanza di autorizzazione da parte della RSU o di un documento equivalente redatto da una “commissione interna”, i supremi giudici hanno risposto che “logica vuole che il più contenga il meno, sì che non può essere negata validità ad un consenso chiaro ed espresso proveniente dalla totalità dei lavoratori e non soltanto da una loro rappresentanza”.

Inversione di rotta

La sentenza rappresenta un notevole cambiamento di rotta nell’ambito della giurisprudenza di legittimità: se fino a poco tempo fa ogni forma di controllo esercitata dal datore di lavoro e considerata invadente per la privacy dei dipendenti veniva condannata, oggi è sufficiente il consenso esplicito degli stessi per far cadere l’ipotesi di reato. Quanto deciso dagli ermellini evidenzia infatti che “non può essere negata validità ad un consenso chiaro ed espresso proveniente dalla totalità dei lavoratori e non solo da una loro rappresentanza. Se è vero che la disposizione di cui all’art. 4 intende tutelare i lavoratori da forme subdole di controllo della loro attività da parte del datore di lavoro e che tale rischio viene escluso in presenza di un consenso di organismi di categoria rappresentativi (RSU o commissione interna), a fortiori tale consenso deve essere considerato validamente prestato quando promani proprio da tutti i dipendenti”.

In merito alla precedente sentenza, annullata da quella emessa l’11 Giugno, i giudici di legittimità si sono pronunciati affermando che “a tale stregua, pertanto, l’evocazione - nella decisione impugnata - del principio giurisprudenziale appena citato risulta non pertinente e legittima il convincimento che il giudice di merito abbia dato della norma una interpretazione eccessivamente formale e meccanicistica limitandosi a constatare l’assenza del consenso delle RSU o di una commissione interna ed affermando, pertanto, l’equazione che ciò dava automaticamente luogo alla infrazione contestata”. Favorevoli o meno, la sentenza n. 22611 ha suscitato non poche perplessità, soprattutto in merito alla reale possibilità di scelta dei dipendenti di poter “negare” al proprio datore di lavoro l’installazione di un sistema di controllo, non solo nell’ambito della videosorveglianza, ma anche dei log di connessione, disciplinati anch’essi dall’art. 4. Certo è quanto stabilito rappresenta un importante elemento di partenza per le numerose aziende che - ad oggi - non hanno investito sufficienti risorse in ambito di videosorveglianza e potrebbero avere reale necessità di sanare la propria situazione. Naturalmente operando simultaneamente anche sul piano degli obblighi in materia di privacy.

 


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