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Resilienza organizzativa: l'approccio accademico

30/11/2015

di Allison Wylde (*)

Come era stato anticipato nel numero precedente, Alessandro Lega, in occasione del 2015 European Security Conference & Exhibition che si è tenuta a Francoforte ad inizio aprile, ha incontrato diversi professionisti e guru a livello mondiale che si occupano di Resilienza Organizzativa. Oltre al contributo che è stato già pubblicato nel numero di agosto, ci ha fatto avere l’opinione centrata su aspetti accademici che ha potuto discutere con Allison Wylde, senior lecturer at the Regent’s University of London, su ciò che sta accadendo nel mondo accademico, in ambito Resilienza Organizzativa. Le conclusioni sembrano confermare ciò che era già emerso in precedenza.

 

Nel mondo professionale come in quello accademico, la resilienza è un tema assai gettonato. Basti pensare che una ricerca eseguita il 30 giugno 2015 inserendo la parola “resilienza” nel motore di ricerca accademico Google Scholar ha prodotto più di 1,14 milioni di articoli – 240mila dei quali relativi al solo 2015. In cosa si traduce, per i security manager, tutto questo interesse? Cosa possiamo imparare da questi studi? In che modo la conoscenza così acquisita può aiutarci a intervenire nei dibattiti in corso ai più alti livelli? In primo luogo, prenderemo in esame gli aspetti su cui c’è accordo e quelli sui quali ancora si discute quando si parla di resilienza – perché inevitabilmente, le divergenze di opinione non mancano. Cercheremo quindi di capire cosa significa, in concreto, il termine “resilienza” e, infine, esploreremo il modo in cui un pensiero resiliente può aiutare i professionisti della sicurezza a migliorare tanto le loro strategie ai massimi livelli quanto i loro strumenti tattici.

Opinioni divergenti

Nel settore della sicurezza, il tema della resilienza ha provocato reazioni contrastanti tra i manager come tra i membri della comunità accademica. Se alcuni lo hanno subito fatto proprio, altri hanno storto il naso continuando a percorrere strade già battute – e altri ancora, del resto, potrebbero spingersi a rifiutare del tutto qualsiasi nuovo tema “caldo” come forma di resistenza al cambiamento tout court. Negli ambienti universitari molti accademici sostengono a gran voce il loro specifico punto di vista sulla resilienza, presentando i risultati delle loro ricerche a supporto delle tesi avanzate. Posizioni che esistono almeno in parte per via dell’esistenza di veri e propri “silos” accademici nei quali i docenti proteggono i loro “confini” con le loro ricerche e, spesso, anche con un loro linguaggio peculiare.

Quando ingegneri e ricercatori dell’IT parlano di resilienza potrebbero riferirsi a qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto inteso dagli scienziati ambientalisti (parlo da ex scienziata di laboratorio). Nelle scienze cliniche e comportamentiste, ad esempio negli studi sulla prima infanzia, si riscontra una variabilità ancora maggiore nei punti di vista sulla resilienza. Nonostante questo, ogni accademico reclama l’assoluta correttezza del proprio approccio specialistico. Per fare un esempio, in occasione di una recente conferenza internazionale, numerosi e autorevoli professori di marketing si sono messi a discutere sul fatto che gli “standard” possano o meno essere “ammessi” nel mondo accademico (Egan, 2015). Cerchiamo ora di capire in modo più preciso che cosa si intende allora per resilienza; più avanti vedremo perché sia utile comprendere queste differenze di opinione.

Definire la resilienza

Un dizionario offre le seguenti definizioni di resilienza: l’atto del recuperare; elasticità; conservare la forma originaria dopo la compressione; energia assorbita dopo lo sforzo (OED, sito web, 2015). Nel campo della sicurezza, gran parte delle riflessioni sul tema si concentrano oggi sulla capacità di adattamento. Tuttavia, come la definizione dell’OED chiarisce molto bene, la resilienza è molto di più. Diamo dunque un’occhiata al mondo accademico per capire quali idee potremmo mutuarne. Nell’ingegneria come nell’IT, un aspetto della resilienza si riferisce alla “resistenza” di un componente, ovvero all’arco di tempo nel corso del quale esso è in grado di reggere un carico prima di cambiare stato o cedere. Nella scienza ambientalista, la resilienza è invece considerata mediante un approccio sistemico in base al quale si esamina il modo in cui singoli “agenti” (organismi, organizzazioni, ecosistemi o biosfere) rispondono a molteplici sistemi che interagiscono fra di loro allo stesso tempo. Il concetto di “capacità di carico” è invece utilizzato per illustrare la popolazione massima che un sistema può sopportare prima di sbilanciarsi. Si può ad esempio considerare il numero di predatori e prede presenti in un ecosistema: se ci sono troppi predatori, le prede cominceranno ad avere qualche problema. Ancora, se in un corso d’acqua la presenza di alghe diventa eccessiva, il risultato è un avvelenamento dei pesci causato dal troppo azoto. E così via.

Un approccio diverso alla valutazione del rischio

Negli studi sulla prima infanzia ci si focalizza sul comportamento adattativo dei bambini a seguito di un trauma. Bisogna tuttavia considerare che l’adattamento è un processo graduale, che richiede tempo: tornando all’esempio dei predatori e delle alghe, è ovvio che prede e pesci possono scomparire prima di essere riusciti ad adattarsi alle nuove condizioni ambientali. Nel mutuare queste idee dal mondo accademico – mi riferisco in particolare alla resistenza, alla capacità, all’equilibrio e all’adattamento – i manager della sicurezza potrebbero guardare con occhio diverso alla valutazione del rischio dei loro asset, domandandosi ad esempio quali, tra di essi, sono portatori di quelle qualità al massimo grado e quali al minimo: dove si riscontra la massima resistenza? Dove la minima adattabilità?

 

Se i manager riescono ad adottare un approccio pragmatico, allora possiamo dire di essere fortunati perché siamo nella posizione di individuare e scegliere teorie realmente utili nell’esercizio quotidiano delle pratiche di sicurezza. Pensare in modo sistemico può essere utile anche per il fatto che le moderne organizzazioni sono immerse in una fitta rete di “relazioni” con i vari partner del ciclo di approvvigionamenti e con i relativi paesi di appartenenza (ben più di uno nel caso delle multinazionali, ovviamente). Queste “relazioni” includono (solo per citare qualche esempio) le obbligazioni legali e contrattuali, le responsabilità legate all’ambiente e alla sostenibilità, gli interessi di chi detiene quote dell’avviamento… In un contesto del genere una concezione della resilienza intesa come “resistenza, capacità e adattamento” potrebbe essere utile.

Dalla teoria all’azione

Similmente a quanto avviene in ambito militare, i manager della sicurezza hanno messo a punto, in modo sempre più sistematico, una dottrina, ovvero un insieme coerente e strutturato di strategie di alto livello, tattiche e strumenti operativi provati e testati per guidare le decisioni e le successive azioni. I precedenti articoli già apparsi in questa serie, il Security Risk Management Body of Knowledge (cfr. Talbot e Jakeman, 2009) e un insieme di standard ad hoc potrebbero contribuire alla pratica della resilienza (vedi, ad esempio, lo standard ASIS/ANSI SPC1:2009: Wylde 2014), offrendo al contempo un’ampia gamma di metodi ed esempi di buona pratica ripetutamente testati. La conoscenza e l’applicazione della resilienza può offrire ai manager un supporto all’analisi e al miglioramento delle strategie e delle operazioni di sicurezza. Con un adeguato livello di comprensione di un concetto potenzialmente complesso come quello della resilienza, i manager possono continuare a dimostrare non solo la propria maturità professionale, ma anche la credibilità e la competenza necessarie per accrescere il valore dell’azienda e – aspetto essenziale – continuare ad avere il pieno sostegno del top management. 

Continuare a crescere

Scopo di questo contributo era illustrare come i manager della sicurezza di oggi si trovino in una posizione fortunata: essi hanno infatti la capacità di riconoscere come la resilienza possa attingere a una vasta gamma di punti di vista e idee, e possono scegliere l’approccio che meglio si adatta alle necessità della loro organizzazione. Certo, abbiamo visto come intorno al concetto di resilienza vi siano divergenze di opinione in ambito accademico, soprattutto rispetto ai concetti di resistenza, capacità e adattamento. Ma i manager della sicurezza possono comunque fare riferimento a pratiche già consolidate come quelle del Security Risk Management Body of Knowledge (Talbot e Jakeman, 2009), nonché ad associazioni di settore e a organismi di standardizzazione come ASIS International. Infine, i manager della sicurezza hanno l’opportunità di condividere tra loro e con partner di fiducia strategie, strumenti operativi e idee partecipando a conferenze e progetti accademici. In questo modo potremo tutti trarne beneficio, continuando a crescere come professionisti.

 

(*)  FRGS DIC (Imperial), membro della Commission on Standards and Governance di ASIS International, ha co-diretto l’ASIS/ANSI Security Management Standard on Pyhysical Asset Protection (2012). Le sue ricerche si concentrano sulle percezioni degli operatori della sicurezza nei processi di decision-making. wyldea@regents.ac.uk.

 


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