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L'Etica professionale come exit strategy

20/01/2014

di Franco Dischi, Managing Director di Notifier Italia

Mi è stata illustrata questa rubrica come lo spazio ove è possibile parlare una buona volta fuori dai denti, senza infingimenti o troppe buone maniere, di ciò che realmente affligge il settore sicurezza. Ebbene, a mio parere ciò che affligge il nostro comparto – lo dico da imprenditore e “veterano” della sicurezza, non foss’altro che per il bianco dei miei capelli – è la stessa politica miope e aggressivamente antimpresa che affligge tutte le altre industry italiane: eccessiva pressione fiscale, burocrazia folle e carnivora, politiche del lavoro che paralizzano il dimensionamento, quindi i volumi e il business, totale assenza di sostegni – tanto meno incentivi – all’export, abbandono a se stessa della piccola e media impresa, costi energetici elevatissimi, contrazione della linea del credito e mille altre problematiche ben note a tutti i colleghi imprenditori. Vorrei qui però sottolineare un aspetto, riprendendo un editoriale che ho letto proprio in questa rivista, che è la questione etica. Perché dell’attuale disastro non è solo colpa dei governi, cui è tutto sommato comodo attribuire la responsabilità di qualsivoglia sciagura si abbatta sul paese: il vero “peccato originale” si annida nel sistema italiano, nella sua essenza e genetica. Un sistema che premia i furbi a discapito degli onesti e volenterosi.

L'etica professionale è quindi il vero nodo.
E peraltro è l'unico aspetto che, facendo quadrato tra imprenditori onesti, possiamo provare a tenere sotto controllo, nelle more di un governo perennemente in bilico e nell'iniquità di un impianto normativo che sembra fatto apposta per tutelare i furbi, a discapito di chi paga fornitori, dipendenti, previdenza sociale, tasse e balzelli di ogni genere.
La stessa legge fallimentare meriterebbe a mio avviso una profonda revisione della propria ratio visto che, allo stato, sembra fatta apposta per incentivare i concordati preventivi (e non invece i pagamenti) e di fatto “ammette la recidiva nel fallimento”, consentendo agli stessi individui di ripresentarsi sul mercato all’infinito, con nomi diversi e ragioni sociali pressoché invariate.

Questo accade, fin troppo spesso, anche nel nostro settore – un comparto industriale che è di nicchia, ad alta vocazione tecnologica, professionalmente profilato e tuttora abbastanza resiliente alla crisi. Un settore sano, e per giunta critico. E che proprio perché tale merita di andare avanti in salute, senza dover subire le ricadute sulla libera concorrenza di un sistema sbagliato in partenza.

Servono segnali concreti

Ovviamente ci sono mille altri aspetti che meriterebbero una trattazione, e ci sono anche dei segnali positivi: dalla proroga del bonus fiscale per le ristrutturazioni del 50% all’innalzamento dell’eco-bonus sull’efficienza energetica al 65%, che ci auguriamo possa dare una mano all’impiantistica di sicurezza e alla building automation. Resta però tantissimo da fare: servono soprattutto segnali concreti per far riacquistare fiducia alle imprese e agli investitori, perché il problema non è la mancanza di lavoro, ma l’assenza di liquidità. Penso a segnali forti come lo sblocco parziale dei patti di stabilità negli enti locali e la reale applicazione dell’esistente termine di 60 giorni per i pagamenti nelle pubbliche amministrazioni.

L'Etica come salvagente

Ma penso ancora, a rischio di ripetermi, ad una riscoperta dell'etica professionale come scelta operativa che superi i criteri della regola dell'arte, le imposizioni normative o la deontologia professionale per arrivare a lambire quella pletora di valori (prettamente umani) che hanno una ricaduta più o meno diretta sul mercato, sui clienti, sui fornitori, sulla libera concorrenza.
E anche sulla collettività, perché alla fine sono i contribuenti a pagare il conto - economico e sociale - dei fallimenti pilotati e della concorrenza sleale. Penso all'etica come exit strategy per fare quadrato in un momento di grande affanno per tutti. E in assenza di un Governo che ci faccia da faro, credo che l'unico modo per diventare operatori di sicurezza “etici” sia quello di continuare ad operare in modo onesto, coraggioso, forse ai limiti del suicidio aziendale ma alla fine, ne sono certo, pagante. Se ci pensiamo, questa è - o sarebbe - la vera essenza del nostro essere imprenditori. 


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