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Dal cassettone della nonna al videostorage: limiti, rischi e tendenze

22/08/2013

di Andrea Muzzarelli

 

La quantità di dati che le aziende si trovano oggi a gestire è enorme, e giorno dopo giorno continua ad aumentare in modo esponenziale – al punto che è già stato coniato il termine “zettabyte” per indicare i miliardi di byte. Saper fronteggiare con efficacia le esigenze di archiviazione, protezione, utilizzo e gestione di dati sempre più cruciali rappresenta ormai un considerevole vantaggio competitivo per qualsiasi impresa. Non sorprende quindi il crescente interesse mostrato nei confronti di tutte quelle soluzioni che evitano di farci sommergere da questa esplosione di dati. Ecco le opzioni e i trend oggi più interessanti in fatto di videostorage.

 

Nel mondo della videosorveglianza, la progressiva transizione dall’analogico al digitale sta interessando non solo il modo in cui le immagini sono catturate, ma anche quello in cui vengono archiviate. Le vetuste videocassette hanno ceduto il passo agli hard-disk drive, la cui capacità di memorizzazione raddoppia ogni due anni a fronte di un continuo abbattimento dei costi. Grazie a questa duplice tendenza lo storage è sempre più conveniente, efficiente e potente. Il che è un bene non solo in sé, ma anche rispetto alla necessità di archiviare immagini sempre più definite (e, quindi, pesanti) che esigono soluzioni tecnologiche appropriate per conservare, cercare e gestire dati con la massima efficienza possibile.

 

Alta Densità, prezzi bassi

 

Gli hard-disk drive (HDD), o dischi rigidi, sono ancora oggi la soluzione più diffusa per l’archiviazione digitale. Benché le caratteristiche essenziali di questa tecnologia non siano cambiate, la densità offerta è cresciuta in modo esponenziale, rendendo possibile una capacità di archiviazione e costi del tutto impensabili fino a pochi anni fa: ad esempio, i dischi che utilizzano la registrazione magnetica perpendicolare (PMR) hanno ormai una capacità di 1 Tb per pollice quadrato. Con l’avvento della tecnologia HAMR (heat-assisted magnetic recording), in pochi anni si arriverà a 5 Tb per pollice quadrato grazie all’impiego di un laser termico che modifica le proprietà magnetiche del disco.

 

Nuove, interessanti possibilità saranno poi offerte da tecnologie quali lo shingled magnetic recording (SMR) e la phase-change memory (PCM). La prima, eliminando i piccoli spazi esistenti fra le tracce del disco, consente di aumentare notevolmente la densità senza i considerevoli investimenti che sono invece necessari per l’HAMR. La seconda rappresenta forse la più promettente tecnologia di memoria non volatile (che conserva cioè le informazioni anche quando non è alimentata) in grado di superare i problemi di affidabilità posti dalle più tradizionali memorie flash.

Un’alternativa all’HDD è rappresentata dalle unità a stato solido (SSD), che consentono di archiviare grandi quantità di dati con una velocità e un’affidabilità decisamente superiori; lo svantaggio, in questo caso, è dato dal fatto che i costi medi sono ancora molto elevati.

 

Deduplicazione e ridondanza

 

Sempre sul fronte della conquista di nuovi spazi per lo storage, anche il processo di deduplicazione, che consente di eliminare le copie doppie dei dati, si sta sempre più affermando come una funzionalità irrinunciabile. Benché – a quanto dicono gli esperti – non ci si debba aspettare che questa tecnologia offra in futuro miglioramenti esponenziali, potremmo presto assistere alla nascita di piattaforme di deduplicazione unificate, utilizzabili per tutte le applicazioni di storage, che ridurranno in modo significativo i costi di licensing, formazione e gestione.

Quanto alla ridondanza e, quindi, alla tecnologia RAID (redundant array of independent disks) – essenziale per evitare la perdita di dati e garantire che il sistema continui a funzionare anche in caso di rottura del drive – si sta oggi registrando un crescente interesse da parte dell’high end nei confronti delle soluzioni di storage che minimizzano (o eliminano del tutto) i punti di rottura. È così che il RAID 5E e il RAID 6E stanno progressivamente diventando lo standard di riferimento nei progetti su larga scala.

 

DAS, SAN, NAS

 

In che modo il sistema di videosorveglianza comunica con lo storage? Oggi le opzioni fondamentali sono tre. Il Directly Attached Storage (DAS) prevede che un sottosistema di dischi drive sia collegato a un server per ampliare la capacità complessiva di conservazione dei dati: è la soluzione più semplice ed economica quando è sufficiente accedere alle informazioni archiviate da un singolo server.
Lo Storage Area Network (SAN) è invece indicato quando occorre conservare una considerevole mole di dati ai quali poter accedere da più server centralizzando al contempo la gestione, le risorse e la scalabilità.
Una terza opzione, più recente, è il Network Attached Storage (NAS). Gli apparecchi NAS, economici e ad alta capacità, permettono di collegarsi direttamente al network senza impiegare un server hardware.

 

Pensata per i clienti finali, questa soluzione potrebbe adattarsi bene alle esigenze delle piccole e medie imprese, e nel caso specifico della videosorveglianza sta diventando uno strumento sempre più utilizzato per espandere le capacità di storage. Ciò grazie alla progressiva migrazione verso l’IP e alla forte riduzione dei prezzi delle telecamere IP e degli stessi apparecchi NAS: basti pensare che oggi è possibile acquistare un dispositivo NAS multi-terabyte per poco più di 300 euro. Se ai costi decrescenti si aggiunge la semplicità con la quale questi componenti possono essere collegati al network esistente, si può facilmente capire come le piccole aziende siano oggi in grado di installare telecamere IP ad alta definizione archiviando i video grazie al NAS a costi comparabili a quelli delle telecamere analogiche connesse a un DVR. È per questo che molti esperti sono convinti che, nei prossimi anni, la tecnologia NAS diventerà una delle soluzioni più frequentemente impiegate negli impianti di sicurezza.

 

Altri trend

 

Cloud Storage. Il cloud computing è oggi considerato una delle nuove frontiere dell’archiviazione. In generale, i servizi di cloud storage sono lenti ma molto economici per ridurre il carico di storage in-house. Ciò che più attrae della nuvola è l’opportunità di combinare efficienza, flessibilità e bassi costi a livello di hardware e software open source. Nel caso specifico dell’archiviazione video, però, il discorso cambia. In termini di ampiezza di banda e di storage vero e proprio, i costi da sostenere per inviare alla nuvola dei video di buona qualità sono ancora elevati. Per fare un semplice esempio, nel caso di un impianto composto da cinque videocamere, lo spazio di archiviazione necessario può essere di un TB al mese o anche più. Se il costo su Amazon.com di un hard-disk drive da un TB è di circa 60 euro, il costo di un analogo spazio su Amazon cloud storage è di circa 75 euro. Infine, bisogna considerare che il cloud storage comporta il sostenimento di alcuni costi “nascosti” relativi al trasferimento dati e alla ridondanza (quante copie del singolo video sono archiviate e dove etc).

 

Storage at the edge. Le schede di memoria interne alle telecamere IP sono sempre più frequentemente utilizzate per archiviare video alla periferia del network. È il cosiddetto storage at the edge, che può essere utilizzato come parte integrante di un approccio decentralizzato alla gestione video o anche a complemento di un sistema video cloud-based. Il vantaggio di questa soluzione consiste nel non impattare sull’ampiezza di banda della rete, garantendo la conservazione locale di video in modo indipendente rispetto al network stesso. Secondo alcuni esperti lo storage at the edge, che già oggi permette ai produttori di videocamere di inserire un crescente numero di caratteristiche e funzioni a livello periferico, condurrà alla progressiva eliminazione dei videoregistratori di rete NVR.

 

Convergenza. Un altro interessante trend è rappresentato dal processo di convergenza in corso fra storage e server per ottimizzare i livelli di efficienza in termini di spazio e costi: un fenomeno per il quale è stato recentemente coniato il termine “infrastrutture iper-convergenti”. Il bello di questa soluzione è che non richiede agli integratori della videosorveglianza di diventare esperti delle tecnologie proprietarie di archiviazione impiegate nell’IT (come Fibre Channel e InfiniBand). Queste tecnologie, che richiedono una formazione intensiva, sono infatti gestite – quanto meno nelle grandi aziende – direttamente dagli storage administrator.

 

Archiviazione virtuale. Lo storage virtuale, che non va confuso con quello cloud-based, si può applicare a tutte le installazioni, eccezion fatta per quelle più piccole. Si tratta di una soluzione che consente di condividere uno spazio di archiviazione fra più proprietari, ognuno dei quali può amministrare il proprio spazio in modo autonomo. Gli storage e i server virtuali permettono di ridurre i costi e la complessità dell’infrastruttura richiesta per l’archiviazione.

 

Soluzioni ibride. Secondo gli esperti, nei prossimi anni anche le soluzioni ibride rappresenteranno una quota consistente del mercato delle tecnologie per lo storage. È il caso, ad esempio, delle soluzioni che affiancano a un tradizionale hard-disk meccanico un’unità SSD di cache di dimensioni ridotte. Il vantaggio consiste nel combinare i benefici della tecnologia flash (propria degli SSD) nell’accesso ai dati più frequenti alla maggiore capienza degli hard disk tradizionali. Il tutto a prezzi molto più accessibili.



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