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Furti di rame: è emergenza

08/10/2012

di Rinaldo Monteneri, Responsabile del Coordinamento Nazionale Antifrode ENEL, Socio Centro Studi per la Sicurezza ItaSForum

 

Oro rosso. Non è un’amplificazione giornalistica. Il rame ha un prezzo ufficiale che varia tra 7,00 e 8,00 euro al chilogrammo. Al mercato nero ha una valutazione prossima ai 4-5 euro/chilogrammo e, soprattutto, ha una riciclabilità eccezionale dovuta all’espansione di utilizzo, ad una richiesta incredibile e alla facilità di trasformazione. In Italia, come in tutti i paesi più industrializzati, il “recupero” del rame sta diventando sempre di più “attività ad alto rendimento” e a “basso rischio”. Il virgolettato è d’obbligo perché troppo spesso, quando si parla di lavoro di recupero, s’intende il perpetrarsi di furti, mentre il basso rischio è rappresentato dal fatto che chi li compie rischia, se va male, una notte in cella o poco più. Rinaldo Monteneri, Responsabile del Coordinamento Nazionale Antifrode ENEL, lancia l’allarme. Sta al comparto sicurezza rispondere con soluzioni adeguate.

 

La domanda di rame è forte nei Paesi in pieno sviluppo (per es. Cina, India, Brasile) che stanno compiendo importanti sforzi per implementare le infrastrutture di base: reti elettriche di distribuzione, telefoniche o ferroviarie, componentistica elettrica, elettronica etc. Il bacino cui attingere è composto invece dai Paesi con infrastrutture già sviluppate (Italia, Spagna, Inghilterra, Francia, Germania, Stati Uniti, ecc…) e che, a causa della struttura di tali impianti e della capillare disposizione, sono estremamente vulnerabili al furto di un materiale di esigenza primaria, insostituibile nel breve/medio periodo – per il funzionamento delle proprie reti elettriche e telefoniche. Le aree generalmente più esposte sono quelle agricole, pedemontane o comunque con basso indice demografico, ove insistono i cavidotti di rame nudo di media e bassa tensione, la rete di distribuzione telefonica e quella ferroviaria, ove l’asportazione può avvenire indisturbata, mentre gli obiettivi principali, i depositi delle grandi Società, sono protetti da difese passive ed elettroniche. Per quanto riguarda la rete di distribuzione elettrica nazionale, le regioni più colpite, proprio per il combinarsi delle caratteristiche ubicative sopra descritte, sono soprattutto Puglia, Sicilia, e Calabria.

 

In generale, anche se non esclusivamente, i furti sono perpetrati da gruppi di immigrati provenienti dai Paesi dell’Europa dell’est (in particolare romeni, bulgari e rom) che operano di notte, isolando la linea d’interesse tramite corto circuito o manovra tecnica (e questo fa presupporre una buona conoscenza degli impianti e “manualità” specifica dei malfattori). Si arrampicano sui pali, tagliano i cavi per accoglierli in matasse disposte lungo la linea, successivamente recuperate con idonei automezzi. In funzione del luogo, il materiale è trasportato sino a piccoli centri di raccolta o direttamente presso i ricettatori che, in breve tempo, impiegando specifiche attrezzature, lo spezzettano, frammentano e fondono per renderlo non identificabile e idoneo al trasporto nei centri logistici, generalmente porti o poli di distribuzione su gomma, dai quali parte per le destinazioni finali (Paesi di emergente sviluppo). I gruppi che effettuano il lavoro manuale sono perfettamente organizzati al proprio interno, non fanno parte di grosse organizzazioni ed operano in modo pressoché indipendente, analogamente ai piccoli ricettatori. La rete logistica è, invece, composta da individui che si muovono in un ambito perfettamente programmato con specifici riferimenti e “consuetudini”. Nelle aree in cui la criminalità organizzata è molto presente, è intuibile che tali attività si svolgano in accordo con quest’ultima.

 

I danni economici

 

Il fenomeno provoca danni economici gravissimi: si tratta di molte decine di milioni di euro all’anno, ma ciò che trasforma il problema in criticità nazionale, sono le imponenti ricadute tecniche che ne conseguono. La rete di distribuzione elettrica è strutturata in modo che possano sempre sussistere ridondanze fisiche, ma nelle aree a maggiore densità di popolazione e con presenza di infrastrutture strategiche di varia natura, il diffondersi dell’autentico saccheggio è in grado di vanificare anche le ridondanze. In una notte, possono essere rubati diversi chilometri di linea, ma le operazioni di ripristino richiedono tempi notevolmente più lunghi e, se la commissione di pluralità di furti avviene in aree di elettrodotti contigui, può verificarsi la “caduta” delle risonanze con il risultato del totale black out, che può interessare interi paesi, comprese entità critiche come ospedali, aeroporti, aziende - situazioni difficilmente affrontabili con il solo ricorso ai gruppi di continuità, non sempre efficienti. Particolare considerazione è d’obbligo nei casi in cui l’equilibrio economico di intere province subisca stress ambientali irrecuperabili. E’ il caso dei produttori agricoli che si trovano a fronteggiare i mesi più caldi dell’anno senza risorse idriche e che vedono, impotenti, “bruciare” il proprio lavoro. Queste situazioni sono sempre più frequente oggetto nei comitati prefettizi delle province più colpite, in cui convergono consorzi agrari e rappresentanti locali e statali per trovare soluzioni ed interventi concreti per arginare il fenomeno dell’autentica razzia delle dorsali di rame.

 

Le contromisure

 

Nel maggio 2012 Enel ha sottoscritto un Protocollo Quadro Nazionale con il Ministero dell’Interno, che, al primo punto, in base all’evoluzione degli scenari di riferimento, prevede sforzi congiunti di tutela alle installazioni elettriche: furti di materiali pertinenti a infrastrutture elettriche, e in particolare di cavi di rame; attentati alla sicurezza degli impianti di energia elettrica, etc. L’istituzione di una “cabina di regia” presso il Ministero dell’Interno pone in tutta evidenza l’esigenza di procedere a fondo ed in modalità più capillari ad organizzare le attività di contrasto, in un’ottica di sicurezza partecipata ed integrata, in tutte le province più colpite dal fenomeno. Sotto il profilo tecnico, da molto tempo Enel sta provvedendo al ripristino delle linee con cavi di alluminio o compound, in modo tale che sia evitata la reiterazione del furto negli stessi luoghi, così come sono stati predisposti dei sistemi di allarme che possano permettere l’immediato intervento in caso di furto in atto, almeno nei luoghi considerati più esposti, più critici.

 

Il fatto che i luoghi più colpiti coincidano con quelli in cui è più forte la depressione economica ed è più presente la criminalità organizzata, rappresenta un ulteriore problema per le Forze dell’Ordine, continuamente impegnate in una lotta senza quartiere contro le attività illecite. Infine, anche il contesto normativo non soccorre: in Italia, da un punto di vista sanzionatorio, il furto di rame non si differenzia dal furto aggravato (art. 624 del cp) ed anche se si prendono in considerazione le circostanze aggravanti, la concorrenza di più reati e l’eventuale applicazione dell’art. 433 del c.p. relativo agli “Attentati alla sicurezza degli impianti di energia elettrica e del gas, ovvero delle pubbliche comunicazioni”, l’impianto accusatorio resta inadeguato e non proporzionato all’importanza delle ricadute conseguenti a tale forma di reato, contestualizzato nel 1930. Ulteriore arma a disposizione delle Forze dell’Ordine resta, ancora una volta, quella relativa all’associazione per delinquere, secondo i dettami dell’art. 416 del c.p.

 

In ambito di un quadro generale piuttosto fosco, va anche detto che, ove le Istituzioni sono riuscite nell’operazione di smantellamento delle organizzazioni di riciclaggio e logistiche che permettono il sussistere del fenomeno stesso, i risultati conseguiti sono stati significativi. Ad esempio nella sola provincia di Foggia sono state, recentemente, smantellate intere organizzazioni dedite a tale attività e il modello di intervento, attuato nella circostanza, potrà essere diffuso anche in altre aree. In conclusione, appare evidente che il fenomeno dei furti di rame è “connaturato” in Paesi tecnologicamente sviluppati come il nostro, ma è altrettanto evidente che, se si troverà la forza di modificare in direzione maggiormente afflittiva ed immediata il contesto normativo legato alle infrastrutture critiche e di continuare sulla strada intrapresa tra le Istituzioni e le Società più interessate dal fenomeno su principio di sicurezza partecipata, i risultati che potrebbero ottenersi sarebbero tali da ridurlo a tasso fisiologico.


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