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Esportare sicurezza: nuove sfide per un mercato globale

06/07/2012

di Ilaria Garaffoni

La situazione del debito pubblico italiano è sotto i riflettori degli investitori di tutto il mondo e tiene col fiato sospeso l’Italia e i partner europei. Questo genera un clima di incertezza che rende impossibile fare programmazione a breve/ medio termine, rendendo centrale il tema della riscossione del credito. L’apparente immobilismo delle istituzioni spiana la strada alla recessione e l’utenza, in particolare quella medio e piccola, rimanda l’acquisto di sicurezza elettronica a favore di beni più immediatamente fruibili. Per affrontare la situazione, gli operatori diversificano l’offerta e i mercati per compensare le congiunture negative di un’area rispetto ad un’altra; tentano inoltre di continuare ad investire, rendendo più elastiche e snelle le strutture aziendali. Chi punta al mercato professionale si sforza di garantire le massime performance con alta tecnologia e marchi di qualità, mentre chi si rivolge al mercato residenziale punta sulla semplicità estrema e su un prezzo concorrenziale. E’ ormai chiaro, infatti, che i due mercati non viaggeranno più in parallelo. Questo ci hanno detto gli operatori nell’ultima indagine targata a&s Italy sull’internazionalizzazione dei mercati.

Nonostante lo scenario generale, l’industria italiana della Sicurezza e Automazione Edifici ha segnato nel 2011 un + 4,9% rispetto al 2010. Il segno positivo riguarda sia l’andamento del mercato interno (+3,4%), sia il canale estero. Le esportazioni di sicurezza, pur rappresentando solo 250 milioni di euro di fatturato sui 1.917 complessivi, hanno registrato un +22,9%. E non è un caso isolato: gli indicatori di quasi tutti i settori dimostrano che le esportazioni stanno tenendo in piedi l’economia reale. Tuttavia l’export è un traguardo molto difficile per le imprese italiane, in particolare quelle della sicurezza. I principali mercati di sbocco, stando alle indicazioni dei nostri intervistati, si mantengono nei Paesi dell’Est Europa: estremo Oriente e Americhe restano ancora un lontano miraggio. Questo per una serie di complessità di difficile risoluzione. In primo luogo mancano i fondi di sostegno e mancano delle politiche-quadro e slegate dall’emergenza: si soffre di un eccesso di burocratizzazione di agenzie deputate al sostegno delle imprese che si vogliono aprire al mondo (una parcellizzazione ingiustificata, soprattutto considerato che molte agenzie sono da anni “senza portafoglio”). La somma di queste macchine farraginose pesa però non poco sulle tasche dei contribuenti, senza però raggiungere mai, a livello individuale, quella massa critica di fondi necessaria per sostenere davvero un’impresa. Il ruolo di coordinamento, affidato per anni alle Regioni, ha poi spesso originato dei finanziamenti “a pioggia” elargiti indiscriminatamente.

Risultato: il poco che c’era è stato distribuito a tutti, ma nessuno ha potuto sfruttare davvero le risorse - sempre di gran lunga inferiori alle reali necessità – né sono state attuate delle scelte premianti sulla base di obiettivi definiti e di performance misurabili. Manca inoltre un trader di peso che affianchi un network di imprese “pilota” rappresentative della filiera di sicurezza nell’ingresso sui mercati esteri più lontani. Questa esigenza è ancor più sentita nel comparto sicurezza, che in ciascun paese (anche molto vicino) è governato da regole diverse e che spesso non collimano con i modelli di business validi in Italia. In alcune aree il mercato dei prodotti è indirizzato/controllato da player collaterali (istituti di vigilanza) o addirittura estranei alla security (assicurazioni, banche), con interessi ben diversi rispetto alla promozione del prodotto. Infine le normative, tuttora assai frammentate, non consentono una standardizzazione completa nemmeno all’interno dell’Unione Europea (nei mercati emergenti, poi, il caos è totale). La disomogeneità delle procedure di controllo e di certificazione dei prodotti all’interno dell’UE, nonché i costi elevati imposti dalle test house locali, rappresentano un serio ostacolo al libero commercio di security, che si aggiunge a tempi di processo lunghissimi e ad un carico di lavoro amministrativo che grava non poco sui già magri bilanci delle aziende.

Il problema non è solo italiano, tanto che l’introduzione di un regime unico europeo di controllo e certificazione sarebbe caldamente auspicato anche dalla sezione Security Equipment Manufacturers (SEMS) della britannica BSIA, che ha sporto in tal senso una richiesta formale agli organi competen ti dell’UE. Sempre all’Inghilterra è da ascrivere il conio di una figura che dovrebbe giocare, tra l’altro, anche un ruolo di spicco nella promozione dell’export: il Senior Responsible Owner, detto amichevolmente SRO. Questa figura gestirà i rapporti tra governo britannico e industria della sicurezza privata locale, garantendo scelte lungimiranti, trasparenza in materia di appalti di security e anche sostegno all’export britannico. Un’idea ahinoi ben lontana dall’Italia delle mille associazioni di categoria, dove ancora non ci si è nemmeno messi d’accordo su cosa sia realmente la sicurezza. E’ pur vero che, dopo anni di progressivo abbandono, il decreto salva Italia ha riesumato l’ICE (ribattezzandola ACE, Agenzia per il Commercio Estero e l’Internazionalizzazione delle imprese italiane) ed è altrettanto vero che ai ministeri di Sviluppo economico, Affari Esteri ed Economia del governo Monti spetterà di efficientarne le strutture e riorganizzarle sul territorio italiano ed estero. Il budget stanziato ad oggi è però decisamente scarno (33 milioni di euro), quanto meno rispetto ai portafogli messi a disposizione dalle omologhe strutture europee per l’accesso ai mercati emergenti.

Quale che sia la strada da intraprendere, è in ogni caso essenziale che l’internazionalizzazione venga sviluppata a misura di Pmi, perché di impresa media e piccola vive l’Italia – sicurezza inclusa. Proprio di questi tempi si parla di defiscalizzare l’export on line (il mercato italiano dell’e-commerce è cresciuto del 20% nel 2011) e di creare un’Ace digitale dedicata al commercio elettronico. Staremo a vedere e soprattutto vedremo se tali modelli potranno essere funzionali anche nel settore della sicurezza. Che comunque – è bene ricordalo – vanta un coraggioso Made in Italy che controlla, gestisce autonomamente e si assume la responsabilità dell’intero ciclo produttivo. Del resto l’industria italiana della sicurezza vanta una tradizione molto risalente nel tempo, che ha saputo esprimere eccellenze tecnologiche straordinarie, non di rado esportate in tutte il mondo. La forza del made in Italy? Spinta verso l’innovazione, intensa capacità di integrazione e personalizzazione, alta qualità e performance funzionali, forte creatività e istintività delle soluzioni proposte. La somma di questi elementi contraddistingue un made in Italy dove la qualità è garantita dal rispetto di quel vasto intrico di norme che sta alla base di ogni processo di miglioramento continuo... con quel qualcosa in più che è il fare italiano.

Dagli anni 70 si è peraltro affermata una “scuola italiana della sicurezza elettronica”, il cui focus è rappresentato dall’attenzione per la semplicità, l’usabilità e le reali necessità dell’utente. Tale focus si esprime anche attraverso un design d’eccellenza, inteso non solo in senso estetico, ma anche nel senso della funzionalità, con applicazioni software friendly per l’utente e per l’installatore. L’impiego di componenti e materiali eco-sostenibili e con ridotti consumi energetici caratterizza infine la scuola emergente della sicurezza italiana, complici anche una sempre maggior sensibilità al tema ambientale e gli incentivi governativi stanziati in tale direzione. La capacità di innovare è del resto l’unico modo per recuperare marginalità rispetto alle produzioni di massa, quindi è anche una ricetta per rispondere ad una crisi che è sì globale, ma che non ha certo colpito tutti i paesi allo stesso modo. Se per incentivare l’export occorre fare network, allora è giunto il tempo di appellarsi al made in Italy. Perchè – per paradossale che possa sembrare - il Made in Italy ha sempre consolidato la nostra identità nazionale. Più della Costituzione, di una lingua unica e di un unico destino sociale e politico, sono la pizza, la Ferrari e la moda a farci sentire più italiani e a farci accantonare quella cronica carenza di coesione che caratterizza il nostro modo d’essere. Chissà che il made in Italy di security non possa aprire una nuova scuola di italianità nel mondo.


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